
FRANCESCA SILVESTRE, ‘STORIE BUMBARE’ (Ed. ITALO SVEVO – pp. 254 – 18,00 euro)
Con questo suo romanzo d’esordio, al quale è stato assegnato il Premio Lugnano Giorgio Patrizi, dedicato a un libro di particolare valore linguistico e narrativo, Francesca Silvestre, con ottica da microstorica, punta sulla vita quotidiana delle persone per riferirci i mutamenti storici di Dignano d’Istria, oggi paese croato, dopo l’8 settembre quando all’occupazione nazista si sostituì quella dei parigiani titini, gli slavi, i drugarisi. E fa opera di storia anche recuperando con tante citazioni, modi di dire, parole, il ricordo del dialetto Bumbaro locale in via di sparizione, dando vita a un racconto in cui passato e presente quasi si sovrappongono e che, in quel suono perduto, rivive.
Un bel romanzo corale con al centro l’Emporio di Giovani Bulessi e di sua moglie Maria, uno dei pochi che, più impegnato e desideroso di informazioni, anche sperando in un rapido arrivo deli Alleati di cui segue le notizie attraverso l’ascolto clandestino di Radio Londra, intuisce che le cose volgeranno al peggio e che la guerra cambia ma non finisce. Altri lo capiranno costretti dai fatti, a cominciare da sua figlia Luze, che vede il marito Milan portato via dai titini e per molto tempo lo pensa disperso perché non ci si vuole rassegnare a una sua morte in una foiba. I due si potranno poi ricongiungere rifugiandosi dall’altra parte dell’Adriatico, meta che diverrà spesso necessaria per molti italiani, spogliati dei loro beni e dei loro diritti.
Ecco così che conosciamo Vincenza, levatrice del paese, e sua figlia Valdina che ne seguirà le tracce, tra l’altro costretta a fra su e giù anche per i monti, convocata dai partigiani slavi, e il suo innamorato Mate, tutti pecore in mezzo ai lupi come dice il vescovo, mandando a Dignano un nuovo parroco. E poi ci sono i drugarisi, anche loro persone, almeno i paesani. Tutti un tempo erano uniti dal profumo del pane fresco e dai biscotti che venivano donati a sera dal signor Bulessi ai ragazzini con gli occhi persi nella vetrina. Uno di questi era Josip Zicovich, cui poi passerà la panetteria. Il dramma di una terra di confine è quello che alla fine divide amici e fratelli. E allora ecco i morti, persone amate scomparse tragicamente che imprigionano al loro ricordo, tra feroci atti di sangue e momenti di necessaria umanità che segnano il viver quotidiano e le vite dei protagonisti.
Per essere liberi c’è bisogno dei vivi, allora e dopo. Così il racconto trova la sua dimensione e la sua ragione quando si arriverà alla quarta generazione, rispetto al Bulessi inziale, alla nipote di Luz e Milan che anni dopo tornerà ai luoghi di cui le parlavano i nonni materni che usavano il bumbaro, per lei suono che rende vivi i ricordi. In quel paese anche lei, che rispecchia l’autrice, troverà qualcosa, un pezzetto della sua identità e memoria com cui confrontarsi e, appunto, passato e presente finiranno per confondersi, per riflettersi l’uno nell’altro, in una dimensione in cui, più che il tempo, sono i sentimenti a dare spessore e senso. Nasce così una costruzione narrativa con momenti poetici sul bisogno e la nostalgia delle radici mentre l’onda della Storia sembra aver terremotato tutto.
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