
“Quello che non mi non mi hanno tolto, la certezza profonda dentro di me che nonostante tutto la verità esiste. E una volta condivisa nessuno la può fermare”: Roberto Saviano ha ripercorso a Perugia i 20 anni di Gomorra, il libro che gli ha stravolto la vita e segnato il suo destino, come ha ripetuto più volte. Lo ha fatto al festival del Giornalismo in un colloquio con la cofondatrice Arianna Ciccone sul palco di San Francesco al Prato. Gremito di spettatori che l’hanno più volte applaudito.
Saviano ha sorriso dopo che sugli schermi è apparsa una sua immagine da ragazzo con i capelli lunghi. “Non mi piace dire ‘cosa mi hanno tolto’ – ha sottolineato – perché gran parte di quanto successo è responsabilità mia. Potevo in ogni momento sottrarmi… non mi hanno tolto quello che stiamo facendo in questo momento”. “Io ho fatto pagare alla mia famiglia un prezzo altissimo” ha quindi detto lo scrittore.
In apertura dell’incontro all’autore di Gomorra è stato mostrato un filmato di uno dei suoi primi incontri con i giovani. “Nel pubblico – ha ricordato – c’erano i figli di Sandokan e tutti i parenti di Zagaria perché non avevo previsto l’invettiva finale. Li vedo lì, con gli studenti divisi per sesso: i maschi da una parte e le femmine dall’altra”. Quindi “il montare l’attenzione sul territorio”. “Fin da ragazzo – ha aggiunto – ho avuto ben chiaro il modo di lotta: tenerli costantemente illuminati. Non quando c’è l’omicidio o il grande blitz perché questo loro lo sanno e lo vogliono”.
L’autore di Gomorra si è quindi soffermato sulla terra dei fuochi e sui rifiuti bruciati. “Tonnellate di monnezza – ha detto – che arrivava dal nord e le discariche napoletane si riempivano, mentre la monnezza napoletana non entrava. Il percepito era però ‘è sporcizia vostra’. Ma non era così, si entrava in un sistema complicatissimo”.
Saviano ha anche rivelato anche particolari della sua vita.
“Una volta – ha ricordato – scassai a pugni un tavolo perché uscì su tutti i giornali del mondo la notizia ‘padre di Saviano coinvolto in un’inchiesta’. E io non ho creduto a mio padre.
Quel nome non era iscritto nel registro degli indagati, era solo citato in un’intercettazione. Ma soprattutto era un omonimo…
Gli chiesti mille volte scusa ma questo per far capire quanto ti distruggono dentro queste cose”.