
(di Elisabetta Stefanelli) RICHARD FORD, CON PAROLE SEMPLICI (FELTRINELLI, PAG. 112, EURO 17,10).
”La profonda incertezza dell’esistenza” è il ”mio tema” ripete come un mantra Richard Ford in questo straordinario libro che è ”Con parole semplici”. Si domanda, ed è questo il nodo intorno al quale si sviluppa il piccola saggio, se e per quale motivo la sua scrittura sia stata considerata ”politica”, anche perchè a suo avviso ”non avrei saputo dire in che modo il fatto di essere considerati ‘politici’ avrebbe reso migliori i miei racconti”’. Era il 1989 e sarebbe caduto dopo pochi giorni il muro di Berlino quando un giovane tedesco, si alzò durante un incontro ad Amburgo per chiedere a Ford se il suo ”Ottimisti” potesse essere considerato un esempio di realismo socialista. A questa domanda oggi il grande autore si è sentito pronto a rispondere, dopo quasi quarant’anni. Lo fa in questo bellissimo saggio che è la biografia artistica di un autore, uno scrittore che – come raramente accade – viviseziona lo sviluppo della sua ispirazione per capire il senso più profondo della sua opera. Lo fa partendo dall’inizio, da una citazione di Stendhal: ”La politica in un’opera letteraria è come un colpo di pistola sparato nel bel mezzo di un concerto, qualcosa di forte e volgare, a cui è impossibile non prestare attenzione”. La sceglie per dire che lui quello sparo non l’ha mai avvertito, mai capito e tantomeno ha mai avuto intenzione di spararlo. Sono stati i lettori a chiederglielo ma lui non l’ha mai avuta qyuesta intenzione in modo chiaro. E quei racconta, scavando in profondità, quali erano le sue intenzioni dalla prima volta che gli è venuta l’idea di scrivere un romanzo per raccontare la sua terra, il Mississipi che ai tempi della sua gioventù, nei tardi anni quaranta e gli anni cinquanta, non era certo un luogo facile. Eppure scrisse il romanzo d’esordio, ”A Piece of My Heart” pensando che erano solo gli esseri umani nella loro complessità che voleva mettere al centro della sua descrizione del mondo. E così lo stesso nel romanzo messicano, L’estrema fortuna, tutto ambientato ad Oaxaca, anche perchè, spiega : ”quello che sapevo dei romanzi politici era vago, perlopiù astratto”. Ne’ tantomeno accettava l’idea che fosse poi il lettore a decidere il vero contenuto del libro, con quel meccanismo che Marchel Duchamp descrive dicendo: 00Lo spettatore crea l’immagine”. ”Ma rinunciare al mio libro per lasciarlo rimodellare dall’esperienza privata di un lettore era una concessione che non mi era mai stata congeniale”. Era lui che voleva dettare la sua linea al lettore e, ne era convinto, questa linea non era politica pure in quel groviglio estetico ed intellettuale che è sempre un romanzo. E spiegando come questa sua, oserei dire, inconsapevolezza interiore, si è evoluta, parla della sua vita, delle scelte e delle casualità che lo hanno portato ad essere uno dei maggiori scrittori americani del Novecento. Ma anche le letture, le passioni. Almeno fino a Sportswriter quando tutto diventa più chiaro. ”Sappiamo per esperienza che l’effetto della vita è quello di essere imprevedibile, esigente, sorprendente, ampliando spesso ciò che diciamo, pensiamo, comprendiamo. Lo stesso vale per la finzione narrativa”.