
Il 22 e il 23 marzo di quest’anno gli italiani saranno chiamati alle urne per il referendum sulla giustizia. Rispondendo ai quesiti, ciascuno esprimerà la propria opinione su un tema che a molti può apparire complesso. Si tratta di una grande responsabilità, considerando pure che, trattandosi di un referendum costituzionale, non è previsto il quorum e il risultato sarà valido a prescindere dall’affluenza. Un buon modo per chiarirsi un po’ le idee e votare in maniera cosciente, dunque, può essere leggere un libro. Ecco allora sei proposte per capire meglio l’argomento e le motivazioni per il Sì e per il No.
GHERARDO COLOMBO, ‘LA GIUSTIZIA ITALIANA IN 10 RISPOSTE’ (Garzanti, pp. 144, euro 10). Un volume che ha l’obiettivo di spiegare come funziona il sistema giudiziario, accompagnando il lettore dentro l’architettura della giustizia italiana. Oltre a mostrare come si tengono in equilibrio poteri, garanzie e diritti, in questo libro viene spiegato quali sono le modifiche previste dal disegno di legge sulla magistratura, nonché le sue potenziali ricadute sul nostro modo di amministrare la giustizia e sull’equilibrio democratico. In dieci risposte, offre perciò uno strumento per esercitare una partecipazione più consapevole.
GIAN DOMENICO CAIAZZA E LORENZO ZILLETTI, ‘LA VERITÀ SULLA RIFORMA DELLA MAGISTRATURA. PERCHÉ È GIUSTO VOTARE SÌ’ (LiberiLibri, pp. 144, euro 12). Quali sono i motivi di chi è a favore della riforma? In questo volume, curato da Caiazza, si può trovare una sorta di vademecum del Comitato Vota Sì, che spiega le ragioni di chi ritiene sia necessario e urgente approvare a livello popolare la riforma.
CARLO NORDIO, ‘UNA NUOVA GIUSTIZIA’ (Guerini e Associati, pp. 144, euro 16). È lo stesso ministro della Giustizia a firmare il titolo. Tra gli argomenti da lui trattati ci sono proprio la separazione delle carriere, la ridefinizione dell’autogoverno della magistratura e la nascita di un’Alta Corte disciplinare. Nordio ricostruisce le “incoerenze che hanno accompagnato l’introduzione del codice Vassalli e la sua difficile convivenza con una Costituzione modellata su un impianto diverso”, dipingendo un quadro “in cui contraddizioni normative, carriere unite e logiche correntizie hanno progressivamente minato la fiducia dei cittadini nella terzietà del giudice e nell’imparzialità dell’accusa”.
MARCO TRAVAGLIO, ‘PERCHÉ NO. GUIDA AL REFERENDUM SU MAGISTRATURA E POLITICA IN POCHE E SEMPLICI PAROLE’ (PaperFirst, pp. 194, euro 15 in libreria, euro 13 più il prezzo del giornale in edicola). Passiamo ora a chi la pensa in maniera opposta. Con un’introduzione di Gustavo Zagrebelsky e con i ‘no’ di Nicola Gratteri, Travaglio analizza i quesiti referendari uno per uno, chiarendo quali effetti potrebbero produrre sull’equilibrio istituzionale, sull’indipendenza della magistratura e sul rapporto tra politica e giustizia. Per Zagrebelsky, quella “presentata subdolamente come la riforma della giustizia” è “una rivalsa di certa politica contro certa magistratura per spostare gli equilibri costituzionali a favore dell’impunità della prima e a danno dell’indipendenza della seconda”.
NELLO ROSSI E ARMANDO SPATARO, ‘LE RAGIONI DEL NO. LA POSTA IN GIOCO NEL REFERENDUM COSTITUZIONALE’ (Laterza, pp. 144, euro 12). Due magistrati spiegano le ragioni del ‘no’. Secondo loro, la revisione costituzionale si occupa poco della giustizia italiana e punta a “ridefinire, a tutto vantaggio del governo, l’equilibrio tra i poteri dello Stato rendendo la magistratura più debole”. E, se la riforma andrà in porto, “l’attuale maggioranza di governo si sentirà incoraggiata a procedere con il premierato sulla via di una modifica in senso autoritario dello Stato”,
SIGFRIDO RANUCCI, IL RITORNO DELLA CASTA (Bompiani, pp. 128, euro 15). Il volume ricostruisce un filo nero che attraversa cinquant’anni di storia italiana e lega i santuari della Propaganda Due alle dinamiche del potere contemporaneo. Ranucci ripercorre le principali tappe normative che hanno segnato il rapporto tra politica e giustizia: dalla riforma Castelli del 2005, varata durante il secondo governo Silvio Berlusconi, ma incompleta perché una parte fu rinviata alle Camere per profili di incostituzionalità, alla riforma promossa da Clemente Mastella, fino alla riforma Cartabia. Il saggio individua nell’ultima proposta di riforma l’esito di una strategia di progressiva “omeopatizzazione” dell’azione giudiziaria.
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