
(di Paolo Petroni) ILARIA ROSSETTI, ”QUALCUNO DA ODIARE” (GUANDA, pp. 250 – 19,00 euro) – ”Come sempre l’importante è trasformare il dolore in un una cosa alla portata di tutti, trasformarlo in rabbia. E non smettere mai di gridare”. E’ quello che nella sua semplicità fa Abele Rossi in una vita di frustrazioni e sopportazioni, da quando viene mandato nel 1937 da Mussolini a conquistare l’Etiopia al suo compleanno dei 100 anni festeggiato dai neofascisti di Idea Sociale nel 2019, andando dal caldo dell’Africa al freddo della neve che cade su una spiaggia del nord, percorso reale e metaforicamente emotivo.
”L’Italia, a differenza di altri paesi europei, non ha istituzioni dedicate a raccontare e riflettere sul proprio colonialismo” si legge in una nota a chiusura del libro. Si può dire che l’Italia non è mai riuscita a riflettere davvero sul proprio passato, rimosso continuamente specie nei suoi aspetti peggiori. Anche per questo ora Ilaria Rossetti ha sentito il bisogno di riportare a galla quell’epoca, di raccontare in un romanzo d’invenzione, eppure assolutamente vero come solo la letteratura riesce a essere, come tutto ciò che non viene elaborato e rimosso continui a bruciare. In questo ecco l’incontro di Abele con un grande elefante nella foresta fuori Bahir Dar nel momento più tragicamente cruciale della sua vita, immagine esemplare che non lo abbandonerà più, e alla fine, centenario, quello con un elefante chiuso in una gabbia di un circo, che deciderà nottetempo di far fuggire, come a rappresentare una propria liberazione, un lasciarsi finalmente andare.
Il fatto è che il ragazzo, figlio di una stirpe di panettieri di Roccafredda, si trova a fare cose inaudite, proprie di una guerra sporca e razzista, pensando che obbedire agli ordini feroci sia un suo dovere, oltre a permettergli poi di restare a Bahir Dar mettendo su una bella panetteria. E anche il pane con tutta la sua valenza è naturalmente un simbolo, che Abele, con quel nome che vive di contraddizioni, impasta con le mani per la truppa.
La storia va però diversamente e, sconfitto, tornerà a fare il pane al suo paese, mettendo su famiglia, la moglie Anna e i figli Giovanni e Rosa. Per tutti è l’Africano ma pure quello che è rimasto fascista in anni in cui, per la sua rabbia, gli viene rinfacciato come un’accusa, anche dal direttore del supermercato che apre negli anni ’60 a Roccafredda e lo costringerà a chiudere, umiliando ancora una volta ”la dignità del suo sogno”. Dopo un difficile periodo da disoccupato, in cui beve e moglie e figli lo lasciano, troverà lavoro come fornaio proprio in un grande supermercato e riuscirà a far tornare i suoi cari.
E’ comunque un periodo, ché Anna, quando scoprirà casualmente quali tracce di sangue segnino il suo passato, se ne riandrà e poi saranno i figli a non voler avere più nulla a che fare con lui.
Passano gli anni in solitudine sino all’incontro con una giovane donna, Ludovica, non meno delusa dalla vita di Abele, che gli pagano come badante italiana i camerati di Idea Sociale.
Di famiglia borghese, studiosa e laureata aveva trovato solo lavori sottopagati e offerte umilianti che nonostante l’orgoglio l’avevano costretta nell’angolo. ”Tutti e due sono venuti su pronti e attrezzati per un mondo che non esiste più, tutti e due si sono fatti fregare”. Tutti e due sono pieni di rabbia verso il tradimento del mondo e il gruppo neofascista di questo si alimenta, onorando di lui il passato e offrendo a lei sostegno nel momento del bisogno, come fa andando nei quartieri a portare aiuto a chi fatica a andare avanti capendone la necessità di ”risposte semplici a domande difficili” per coinvolgerli nelle proprie lotte. In un’epoca in cui molte scrittrici si ripiegano sui rapporti tra figlia madre e nonna, ecco un vero romanzo, intenso e sofferto, sapientemente costruito a incastri, alternando quasi con dissolvenze il presente e quel passato sempre vivo, tutto con una scrittura di esemplare misura, data la materia scomoda e bruciante scelta dalla Rossetti, che vivifica la narrazione di ricordi e notazioni con piccoli scarti semantici o inattesi particolari, raccontando, facendo cronaca senza giudicare e anche riflettendo all’ultimo sul rapporto tra invenzione e realtà.