
(di Laura Valentini) Una natura non certo benigna dove la solitudine si amplifica e la lotta per la sopravvivenza comprende anche il confronto con se stessi e le proprie paure. È lo sfondo che per intero o in parte circonda i personaggi dei romanzi di Pilar Quintana, la scrittrice colombiana che si è imposta a livello internazionale con ‘La cagna’ e che con ‘Gli abissi’ si è aggiudicata il Premio Iila-letteratura, mentre è appena uscito il suo nuovo romanzo ‘Notte nera’ tutti pubblicati da La Tartaruga (marchio de La Nave di Teseo). Anche qui la protagonista, Rosa, si ritrova sola nell’oscurità della selva amazzonica.
“Considero questo rapporto con la natura uno dei temi centrali della mia opera”, spiega Quintana conversando con l’ANSA a Roma dove le sarà consegnato il premio, nato con l’obiettivo di promuovere i rapporti culturali tra l’Italia e i Paesi dell’America Latina. “Mi piacciono romanzi come ‘Il vecchio e il mare’ di Hemingway o ‘Cuore di tenebra’ di Conrad o l’opera di Jack London che porta fuori dalla città i personaggi e li trasporta nell’avventura, immersi in paesaggi naturali che siano di mare o circondati dalla neve. Io credo di appartenere a questa generazione di scrittori di avventura nella natura, con la differenza che i miei personaggi tendono ad essere delle donne”.
Nel romanzo ‘Gli abissi’ la piccola protagonista deve anche lei a suo modo lottare per sottrarre la madre, fragile e forse depressa, alla fascinazione del vuoto delle immense vallate nella casa in montagna dove la famiglia trascorre le vacanze.
“Mi piace sfidare le idee che vengono date per scontate, per esempio sull’infanzia. Ci fanno credere – afferma la scrittrice di Cali, classe ’72 – che sia la parte più bella dell’esistenza, invece anche l’infanzia può essere infelice. Oppure pensiamo che la vita nella natura sia qualcosa di bellissimo, molto meglio di una vita in città, che sia priva di stress mentre io metto in dubbio anche questa idea, non è poi così bello e anche nella natura si può vivere male, non così in tranquillità come si crede”.
Lei ha raccontato di aver vissuto per un periodo in un piccolo villaggio ai confini della selva amazzonica: “Ma nei miei romanzi non c’è nulla di autobiografico: sono novelle di fiction, i personaggi non hanno nulla a che vedere con me; tuttavia ci sono scrittori che scrivono seguendo esclusivamente la propria immaginazione, mentre io devo rifarmi ad esperienze reali. La realtà in questi casi mi è servita per costruire la narrazione, realizzare personaggi, storie, racconti”.
In ‘Gli abissi’ ci sono donne sofferenti, che spesso non hanno potuto seguire le proprie aspirazioni. “La mia generazione non ha trovato difficoltà come quella di mia madre: io ho fatto l’università, ho ottenuto l’indipendenza economica, se voglio divorziare lo posso fare con facilità, così come per l’accesso agli anticoncezionali e in Colombia l’aborto è legale. Questo mi dona maggiore libertà e autonomia, però se il patriarcato continua con le sue barriere la situazione non è altrettanto semplice, perché io stessa ho dovuto superare difficoltà anche nel mio mestiere che i miei colleghi uomini non hanno avuto; quindi la situazione è migliorata, ma non è del tutto ideale per le donne”.
In Italia si è aggravato il fenomeno del femminicidio: “È diffuso anche in Colombia e in altri paesi del Sud America e anche se sono sempre più alte le percentuali di uomini uccisi rispetto alle donne – spiega Quintana – le modalità sono diverse: gli uomini muoiono sempre per mano di nemici, invece le donne sono abusate o sono uccise da uomini in cui ripongono fiducia, sono assassinate da familiari e conoscenti. È una situazione molto grave perché significa che non esiste un luogo sicuro per le donne”.
Quale cambiamento è necessario? “Io penso che il femminismo abbia svolto un ruolo fondamentale per la trasformazione sociale, tuttavia non può essere sufficiente se anche gli uomini non fanno la propria rivoluzione: stanno iniziando ma la lotta è lenta e tardiva, le donne hanno iniziato molto prima”.
Nei suoi romanzi la maternità può essere un atto dovuto: “Non esiste una modalità specifica per la maternità, per molte donne resta una scelta libera e a volte neanche questo ma un mandato biologico: anche io pensavo di non volere figli, ma con il passare degli anni ho cominciato ad avvertire in me un grande desiderio di maternità e quando ho avuto un figlio mi sono resa conto di quello che avevo fatto. Quindi penso sia un tema molto interessante, perché il desiderio di essere madre non è necessariamente un’imposizione sociale ma qualcosa di molto più legato alla nostra condizione di essere animali”.
Qual è il suo rapporto con la letteratura colombiana, ‘dominata’ dalla figura del premio Nobel Gabriel Garcia Marquez? “In Colombia cresciamo leggendo i suoi libri e penso che ci sia stata una generazione di scrittori e scrittrici che ne sia rimasta schiacciata perché lui occupava tutto l’immaginario e poi aveva un modo di scrivere particolare, il cosiddetto realismo magico; io appartengo a una generazione successiva, quindi lo vedo come un grande maestro, ma nessuno si aspetta che lo emuliamo o che scriviamo come lui. Il mio mondo è più vicino alla modernità che al suo mondo e in generale alla figura del Garcia Marquez del popolo”.