
(di Elisabetta Stefanelli)
PHILIP ROTH, ‘OPERAZIONE SHYLOCK’ (Prefazione di Emmanuel Carrère. Traduzione di Ottavio Fatica.
Adelphi, pag. 455, euro 22,00).
”È Zuckerman, pensai con leggerezza, faciloneria, evasività, è Kepesh, è Tarnopol e Portnoy: sono tutti loro, fuggiti dalla pagina stampata e ricomposti beffardamente in un unico, satirico facsimile di me. In altre parole se non è l’Halcion e non è un sogno, allora dev’esser letteratura – come se non potesse esistere una vita-fuori diecimila volte più inimmaginabile della vita dentro”. È tutta in questa frase meravigliosa l’opera di Philip Roth, la vita di Philip Roth, dove, vero e falso si confondono, anzi sono la stessa cosa come l’autore e il suo doppio. Ed in questo Roth è profeta della non realtà in cui sta sprofondando la nostra civiltà nell’era dell’intelligenza artificiale. Come scrive Emmanuel Carrère, nella prefazione ad ”Operazione Shylock” – appena riportato in libreria da Adelphi – è ”in genere considerato il vertice, l’opera più virtuosa e più stupefacente del suo geniale autore”. Difficile dargli torto sfogliando le 455 straordinarie pagine in cui il narratore americano scomparso nel 2018, parte dalla tragedia della sua depressione per avvitarsi in una spirale in cui il vero e il falso si annodano in un intreccio che è arte allo stato puro. Ma ”Operazione Shylock” è molto di più perchè in queste pagine racconta anche una pagina di straordinaria attualità come quella dello stato di Israele. Ma lo fa non solo senza peli sulla lingua, come gli era proprio, ma anche mettendosi a confronto appunto con il paradosso di un secondo Philip Roth che si aggira al suo posto in quelle terre complesse promuovendo una raccolta fondi per il diasporismo, ovvero il ritorno degli ebrei ashkenaziti verso il loro paese d’origine, la Polonia. E si concede, al posto suo, anche un’intervista con Lech Walesa.
”Lo stesso Roth è l’alter ego di Roth”, diceva tempo fa Carrère presentando ”Portnoy” la prima delle opere dello scrittore (”più divertente e più serio, che nella vita non ha mai scritto una frase banale”), edita in Italia da Adelphi, che ne sta ripubblicando tutti i libri. Ed è nuovamente Carrère che domenica 19 aprile all’Auditorium Parco della Musica di Roma torna a parlare dell’autore di ”Pastorale americana”. A legarli senza dubbio in primo luogo il tema della ”autofiction”, questione con cui l’autore francese non a caso apre la sua prefazione. Ma questa volta Roth giura di non mentire, e poi dice che è tutto falso, e poi non è importante perchè nella tradizione secolare del doppio, con l’apice nel Sosia di Dostoevskij dove, come qui, la follia striscia e si insinua in quel personaggio che è insieme l’altro che presuppone il fare letterario. Appunto è letteratura, e il resto non conta.