
(di Paola Del Vecchio) Quattordici anni dopo l’ultima apparizione letteraria del Capitano Alatriste ne ‘Il ponte degli assassini’, Arturo Perez-Reverte ha riscattato il suo iconico personaggio, per “saldare un debito” con i suoi lettori. Diego Alatriste y Tenorio torna a brandire la spada in una nuova avventura, ‘Mision en Paris’ (Alfaguara). L’ottavo capitolo della saga non è solo un evento letterario fra i più attesi della stagione, ma celebra anche i trent’anni di vita del soldato veterano a pagamento dei ‘Tercios’ spagnoli, animato da un peculiare codice d’onore. E ha un grande valore simbolico per l’autore, in quanto nato “dalla preoccupazione e dalla passione” per un periodo storico, il XVII secolo, a lungo ignorato dagli spagnoli. Tre decenni dopo l’esordio, il Capitano Alatriste è nei libri di scuola, con 7 milioni di copie vendute, tradotto in 40 lingue, protagonista di un film, di una serie, di fumetti ed è parte dell’immaginario collettivo.
“Alatriste mi fa riconciliare con la Spagna”, assicura Perez-Reverte presentando il romanzo all’hotel Palace di Madrid.
E rimarca come il suo eroe del ‘Siglo de Oro’ sia “osteggiato sia dalla sinistra radicale che dall’estrema destra”. La prima “perché lo reputa nostalgico dell’impero, della patria e la bandiera”; mentre la seconda “lo disprezza per la sua leggenda nera e l’atteggiamento verso l’Inquisizione”, dice l’autore.
“Questa doppia critica mi ha confermato che era necessario raccontare quell’epoca, con i suoi chiaroscuri, senza complessi”.
Il capitano Alatriste non è Perez-Reverte, ma gli somiglia.
“È un tipo oscuro, che ha perso la fede e sa che la Spagna con il suo impero va al diavolo, ma continua a servirla, ad essergli fedele. È un eroe molto spagnolo, crudele e magnanimo, brillante e grigio, con il meglio e il peggio di noi”, spiega l’accademico della Real Academia de la Lengua. Senza rifuggire i paragoni con l’attualità. “Siamo fregati, ingannati, manipolati, ma quando c’è una ‘Dana’ o un incendio”, afferma Reverte rispetto alle catastrofi delle alluvioni e dei roghi che hanno sferzato la penisola iberica, “c’è sempre uno spagnolo che prende la pompa, la pala e va là a sfangare e ad aiutare. È la nostra cifra buona, e questo è Alatriste”, dice l’autore di ‘Il maestro di scherma”.
‘Mision en Paris’ si svolge nella fiction appena un anno dopo il romanzo precedente, che era ambientato a Venezia, ed è un omaggio ai tre moschettieri di Dumas. Intreccia i destini di Alatriste e del suo giovane allievo, Inigo Balboa, con quelli di D’Artagnan, Athos, Porthos, Aramis e del cardinale Richelieu, sullo sfondo dell’assedio di La Rochelle (1627-1628). È un’occasione per rivivere il ‘territorio Reverte’, dove il contrasto fra l’onore idealizzato e la cruda realtà si fonda nella narrazione avvincente e storicamente accurata dell’età d’oro spagnola, descritta non nello splendore di facciata, ma nell’intimo declino della decadenza. Un declino riflesso nell’amarezza di Alatriste.
“Anch’io sono invecchiato, in questi 30 anni. La vita mi ha provato. È inevitabile che il personaggio si contamini. Questa volta è più amaro, più disperato, ha più rimorsi. Come me, ha fatto cose di cui non va orgoglioso”, osserva Perez-Reverte, a 75 anni architetto di una vasta opera narrativa. “È un personaggio oscuro, ha tagliato il viso a una donna quando era giovane a Napoli, è un violento, ma ha anche lealtà, dignità, onore”, aggiunge. “Ha bisogno di codici etici per sopravvivere, per non farsi portare vita dal fango della vita”. “Alatriste è invecchiato con me”, sintetizza Reverte.
Nel territorio della saga narrativa dello spadaccino anche l’Italia è molto presente. “È naturale che lo sia, non solo perché l’Italia è la mia seconda patria, ma perché in quel periodo storico per gli spagnoli era un punto di riferimento.
C’erano le Fiandre, il nord Africa, ma l’Italia era il paradiso”, spiega all’ANSA l’autore di ‘La tavola fiamminga’.
“Da Cervantes al duca de Estrada, tutti narrano l’Italia come un eden di belle donne, buon clima, cibo gradevole”. L’Italia campo di battaglia, territorio cruciale per la Corona spagnola, ma anche terra di vita e di cultura: “In Alatriste menziono l’assedio di Breda (1626-1625), dove c’erano tercios italiani combattendo al fianco di quelli gli spagnoli”, evidenzia Perez Reverte. “E la contaminazione è anche nelle parole. Il linguaggio dei soldati spagnoli, ad esempio, si riempie di italianismi, che nutrono la lingua spagnola attuale”, conclude l’autore.