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Pubblicado da Collezionista di News in 6 Dicembre 2025
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    (di Chiara Venuto) OMRI BOEHM, ‘UNIVERSALISMO RADICALE – OLTRE L’IDENTITÀ’ (Traduzione di Claudia Tatasciore, Marietti1820, pp. 160, 16 euro) “L’universalismo radicale è l’idea che l’umanità deve essere il fondamento delle nostre norme. Quindi, se parliamo di diritto, di sovranità, di politica, ciò che dovrebbe guidarci è l’idea di umanità e un certo dovere verso di essa. La legge deve partire dalla protezione degli esseri umani in quanto tali, e non dall’identità ebraica o palestinese: entrambe vanno protette”. Il filosofo israeliano Omri Boehm spiega così all’ANSA, in sintesi, il concetto alla base del suo libro ‘Universalismo radicale – Oltre l’identità’ (Marietti1820, pp.
        160, 16 euro), che presenta a Più Libri Più Liberi.
        Nel saggio, la riflessione parte dalla rilettura della Dichiarazione di indipendenza americana, della narrazione del sacrificio di Isacco e del saggio di Immanuel Kant sul significato dell’illuminismo per offrire una via d’uscita al dibattito sull’identità. “Anche quando la difendiamo, lo dobbiamo fare perché sono gli esseri umani ad avere determinate identità e non il contrario”, afferma l’autore, e l’idea sionista per cui “l’emancipazione passa attraverso la sovranità ebraica, non è completamente sbagliata”, ma “ne stiamo scoprendo i limiti”. Come “il fatto che ogni identità, ogni gruppo di vittime, ora cerca di cancellare l’altro”.
        Contestualizzando al presente, “i poteri ora non sono simmetrici”, prosegue Boehm, con “quello israeliano che prevale e sostanzialmente cancella l’identità palestinese”, ma “in termini di pensiero, i principi sono tali anche da una certa parte palestinese. Molti sostenitori in Occidente la pensano così, sono disposti a cancellare l’identità ebraica”.
        Una politica basata sui “presunti diritti assoluti della vittima – continua Boehm -, in contrapposizione al dovere assoluto verso gli esseri umani, indipendentemente dalla loro identità, è in gioco da entrambe le parti”. Da un lato, “molte persone in Occidente non sono riuscite a ritenere Israele responsabile per anni”, dall’altro “è vero che accusare di antisemitismo chi mette in discussione il sionismo è una cavolata. Ma è tutt’altro che una cavolata che l’altra parte abbia di fatto legittimato completamente l’attacco ai civili israeliani in quanto tale”.
        Boehm è un sostenitore di una soluzione bi-nazionale che in un altro suo libro chiama Repubblica di Haifa. La sua idea è che vi debba essere una sorta di “federazione, in cui ciascuna parte ha la propria autonomia nazionale fino a un certo punto”, con “una Costituzione comune, che determini i princìpi minimi da rispettare su tutto il territorio. Nessuno dei due parlamenti avrebbe il diritto di creare norme che contraddicono la nazionalità e i diritti individuali delle persone dell’altra parte: questa è l’idea di base. Forse un fatto sorprendente è che in realtà non è così lontano dal Piano di partizione della Palestina delle Nazioni Unite del 1947”.
        “Come non arriverà certo domani la soluzione a due Stati, non ci sarà nemmeno la Repubblica di Haifa – afferma il filosofo -.
        Ciò che la soluzione dei due Stati garantisce alla fine è la sovranità nazionale. Per questo, le persone che la sostengono accettano anche i crimini orribili commessi dalle loro nazioni al fine di garantire quella sovranità”. Infatti, prosegue Boehm nella sua riflessione, “l’8 ottobre non si sono sentiti i sostenitori della soluzione dei due Stati parlare della necessità di difendere le vite dei palestinesi come se fossero le nostre. David Grossman, che ha detto a un giornale italiano che si sta commettendo un genocidio, per due anni non ha dichiarato nulla. Non ha nemmeno chiesto un cessate il fuoco.
        Mentre io già l’8 ottobre ho detto che le vite dei palestinesi devono essere protette come quelle degli ebrei e che dobbiamo ritenere il nostro governo responsabile”.
        In questi giorni si parla anche di Eurovision Song Contest e del ritiro di alcuni Stati contrari alla partecipazione di Israele. “Penso che Israele debba partecipare all’Eurovision – sostiene -. Ci sono anche buone ragioni per cui potrebbe essere escluso, semplicemente non penso che sia qui che si debba intervenire. I Paesi dovrebbero esercitare il loro potere per sottoporlo al diritto internazionale. Al tempo stesso, non penso che il tentativo di escludere Israele sia antisemita o qualcosa del genere, come qualcuno direbbe”.
       

    — Fonte: RSS di ANSA
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