
Il pregiudizio, perché pazzo curato in manicomio; la sua distanza dal Fascismo; volergli tirargli un ‘colpo basso’ alla sua ambizione letteraria: questi tre motivi, convergenti, potrebbero spiegare, un secolo dopo, il caso della mancata restituzione al poeta Dino Campana (1885-1932) del manoscritto il ‘Più lungo giorno’ che egli aveva affidato a Giovanni Papini (1881-1956) e Ardengo Soffici (1879-1964) perché lo aiutassero a pubblicarlo. E che non gli fu mai reso. E’ una storia di cui si parla da un secolo. A Firenze si dice che glielo nascose Papini per cattiveria, per dispetto.
Poi Soffici disse di averlo perso di vista in un trasloco. Ora un’iniziativa al Gabinetto Vieusseux dà risposte più circostanziate col saggio ‘Come lavora il genio. Il Villon ritrovato e altre scoperte’, curato per le edizioni ‘Tempo al libro’ di Faenza da Leonardo Chiari e Walter Scarpi, del Centro Studi Campaniani di Marradi.
Il Centro studi ha stimolato ricerche su Campana raccogliendo 14 saggi inediti relativi a ultime scoperte.
“Alcune – ha detto Scarpi – promettono di rivoluzionare paradigmi consolidati. È il caso della leggenda del manoscritto perduto del quale si occupa Giovanni Cavagnini. Leggenda che va superata: fu un manoscritto recluso, celato, trattenuto, trascurato, non perduto. La biografia di Campana dovrà essere aggiornata, le antologie scolastiche corrette e integrate: Soffici evitò di restituire a Campana il manoscritto che definiva perduto nonostante lo avesse già ritrovato prima del 1927 e lo abbia tenuto fino alla morte nel suo studio”. Ma perché? Nel dicembre 1913, in piena bagarre per le riviste letterarie fiorentine, Campana consegnò a Papini e Soffici il manoscritto in copia unica, sperando che lo aiutassero a pubblicarlo. Avendo ricevuto una proposta non soddisfacente (ossia la pubblicazione di estratti sulla rivista Lacerba) chiese la restituzione del manoscritto, ma non lo vide mai più.
Inutili le sue ossessive lettere degli anni successivi, che prefigurarono la malattia. Inutile la minaccia: “Verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia dovunque vi troverò”.
“Perché Soffici decise di non divulgare il prezioso documento durante il periodo fascista?”, si interroga Cavagnini.
“Le ragioni appaiono di duplice natura – ipotizza – Sul piano personale, la vicenda del manoscritto smarrito restava un episodio imbarazzante per una personalità pubblica come il pittore, che nel 1938 firmò il Manifesto della razza e l’anno successivo, su proposta di Mussolini, fu nominato accademico d’Italia. Meglio quindi tacere”. Inoltre “l’Italia in camicia nera era luogo inadatto alla memoria di Campana, che non era un cantore littorio alla Auro d’Alba né un martire come Giosuè Borsi, caduto sul Carso nel 1915 e celebrato quale precursore del regime”. Anzi, “era un uomo rinchiuso in manicomio, in un Paese ove il governo faceva un uso estensivo dell’internamento psichiatrico per controllare, oltre alla malattia mentale, il dissenso politico, l’anticonformismo sociale e la marginalità”.
Il manoscritto fu pubblicato nel 1973 due anni dopo la morte di Soffici.