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Pubblicado da Collezionista di News in 12 Gennaio 2025
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    (di Francesco De Filippo) MAURIZIO BAIT, “ALPI D’ORIENTE.
        STORIE DI UOMINI, DONNE, ANIMALI E FORESTE” (ediciclo editore; 189 pp.; 16 euro) Le vie dei canti, La via delle risonanze, Le vie dell’Orso Mauro e perfino Le vie della guerra in paradiso: non c’è una sola strada per salire in vetta, e comunque, oltre a quelle già aperte, “ognuno trova la sua strada” e “la Montagna lo ricompenserà con mille tesori segreti”. È vero per le “Alpi d’Oriente” come lo scrittore e giornalista Maurizio Bait ha titolato il suo ultimo libro, indicando quell’area che si estende in Friuli tra Valbruna, Valsaisera, Montasio, alta Spragna, Jof Fuart.
        Ma non è una verità circoscritta a questa area geografica: “Non si cerchi nella montagna un’impalcatura per arrampicate, ma si cerchi la sua anima”, era il pensiero del poeta, scrittore e alpinista Julius Kugy (1858-1944). Un duro e puro Kugy, mezzo austriaco e mezzo sloveno, che nominò Franz Schubert proprio “santo personale”: per lui e il suo diretto erede Vladimiro Dougan, piantare nella roccia chiodi e catene – “ferraglie” – era blasfemo, ricorda Bait. Verità generalizzata non solo geografica ma anche intima: salire in vetta inteso come percorso spirituale, che porta alla pace interiore.
        Appassionato di montagna, conoscitore della cultura italiana, germanica e slovena, Bait in un libro “religioso”, pervaso da forme di panismo, inanella una sorta di Spoon River delle Alpi Giulie con decine di storie e di volti noti o conosciuti solo nel duro mondo dell’alpinismo, con frequenti e colte diversioni storiche, culturali, scientifiche. Nel triangolo di terra tra Italia, Austria e Slovenia i richiami alla psicanalisi di Jung e di un suo celebre paziente, Herman Hesse, sono forti, non di meno quelli di personaggi più distanti come Eraclito, Heisenberg, Roth. Bait si carica il lettore sulle spalle e lo scorrazza tra i rigori del gelo e le sofferenze della prima guerra mondiale che qui mieté le vite di centinaia di migliaia di giovani; lo porta su cime davvero tempestose e indietro nel tempo fino agli albori dell’alpinismo, quando gli autoctoni andavano per terre alte come bracconieri e non – come anni dopo – per sfida o sport, con abbigliamenti tecnici ma per bisogno, per fame, nella speranza di cacciare un camoscio, che significava carne per giorni e per l’intera famiglia.
        Poi, quando si diffuse l’alpinismo, cominciarono ad arrivare i ricchi austriaci e triestini che volevano scolpire i loro nomi come i primi a raggiungere la vetta del Montasio, ad esempio.
        Allora gli autoctoni smisero di cacciare per fare le guide, portare gli stranieri fin su fingendo che nessuno si fosse spinto così in alto. In vetta costruivano un ometto con i sassi come era usanza, lasciando un astuccio con il nome dell’alpinista a testimonianza del primato, e ridiscendevano.
        Quando i ricchi ripartivano, risalivano, smontavano e cancellavano le tracce in attesa del prossimo turista che avrebbe tentato l’impresa di scalare la vetta per primo e dunque altro ometto di sassi e nuovo astuccio.
        Bait insegna al lettore a riconoscere i larici, che vivono fino a ottomila anni, la filosofia del branco del lof, il lupo, e paesi sconosciuti dai suoni misteriosamente aztechi, messicani come Chiutzuquin e Mincigos. Camminando di notte nel bosco con una fioca lampada ad acetilene che illumina non oltre un metro, Bait riconosce i rumori, i versi, gli odori, descrive figure quasi mitologiche di uomini-lupo, uomini-orso. “Una sera di alcuni decenni fa – ricorda – mentre in un isolato rifugio dividevo una parca cena con un amico mentre fuori impazzava la bufera, la porta si spalancò ed entrò un uomo vestito completamente di nero, con un cappellaccio nero e una sorta di archibugio: in uno strettissimo dialetto friulano chiese polenta, formaggio e una bottiglia di vino. Gli demmo tutto, lui prese e scomparve di nuovo nella tormenta”.
       

    — Fonte: RSS di ANSA
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