
(dell’inviata Mauretta Capuano) Accoglienza e colonizzazione vengono esplorate dallo scrittore e giornalista d’inchiesta Michel Jean in ‘Kukum’ (MarcosyMarcos), un romanzo sulle proprie radici e sulla cultura degli indigeni canadesi di origine innu a cui è stata espropriata la terra.
“È la stessa cosa che è successa nel Nord America e quando sentiamo il presidente Trump parlare dei progetti per una Gaza di lusso con vista sul mare fa un po’ pensare alla stessa cosa.
Questo dimostra che c’è una sorta di riflesso innato nelle persone che le porta a pensare che un territorio si possa semplicemente prendere spostando le persone che ci vivono già.
Non posso parlare a nome di Gaza, ma per noi, per gli innu, come per altri popoli che hanno tentato di cancellare, di mettere a tacere e posso dire che ci siamo ancora, abbiamo resistito” dice all’ANSA Michel Jean, accolto con grande partecipazione al Festivaletteratura di Mantova.
“Possiamo pensare che la colonizzazione funzioni, ma in realtà si porta dietro delle conseguenze che durano a lungo nel tempo” sottolinea Jean, innu della comunità di Mashteuiatsh, autore di dodici libri, che ha venduto oltre 475.000 copie solo in Québec dove Kukum è stato il libro più venduto nel 2021.
“Non mi considero uno scrittore militante, ma piuttosto uno scrittore che cerca di mostrare alle persone l’altra parte della storia” afferma.
“Si dice che Trump sia riuscito in una impresa impossibile: unire i canadesi, perché con le sue dichiarazioni sulla volontà di annettere Canada, Panama e Groenlandia, ha scioccato profondamente i canadesi. Se guardiamo a quello che hanno fatto con gli autoctoni che vivono negli Stati Uniti non è molto rassicurante per gli autoctoni canadesi. Un’altra conseguenza è che il Canada e il Quebec ora si rivolgono maggiormente verso l’Europa, in cerca di un alleato sicuro, visto che gli Stati Uniti non lo sono più. Sta iniziando a disegnarsi un po’ un nuovo ordine mondiale”, riflette. “Guardo tutto questo con gli occhi di uno scrittore, non di un politico, ma è vero che in Canada c’è preoccupazione per tutto quello che sta succedendo.
Io come molti altri canadesi boicottiamo i prodotti americani.
Non compriamo più cose che arrivano dagli Stati Uniti. perché se proprio vogliono invaderci almeno non lo faranno con il nostro aiuto”, spiega Michel Jean che vive in Quebec e si è fatto riconoscere lo statuto di autoctono anche se lo è per metà. “In Canada c’è una legge che prevede che tu sia autoctono o non autoctono. Non esiste uno statuto di meticcio” spiega.
In ‘Kukum’ nome con cui veniva chiamata la bisnonna materna Almanda, protagonista del romanzo, racconta l’amore di questa donna speciale per un indigeno nomade, Thomas, che decide di seguire. Culture che si immaginano inconciliabili si incontrano in una storia d’amore e d’amicizia tratta dai racconti di famiglia, da materiale d’archivio, mescolata con la fiction, come il racconto del viaggio di nozze di Almanda e Thomas.
Accompagnato anche da foto in bianco e nero, Kukum fa scoprire una comunità indigena e solleva questioni forti con grande delicatezza.
“Mi sono reso conto che in Quebec le persone non conoscono la loro storia. Nelle riserve in cui vivono gli autoctoni si fa uso di droghe, alcol, violenza e le persone non capiscono le cause che sono principalmente due: per decenni i bambini innu venivano mandati in collegi, allontanati dalla loro lingua, dalla loro famiglia. Tema che – annuncia – affronto nel prossimo libro che uscirà in Italia. Dall’altro sono stati costretti alla sedentarizzazione forzata dopo la deforestazione e la cancellazione così dei loro territori”. “Quello che conta per me non sono i fatti, ma l’impatto che hanno sulle persone che li hanno vissuti e quanto siano presenti ancora oggi”.
Impedire l’accesso al territorio a un innu è stata “la fine del mondo per loro. È come se un giorno degli extraterrestri, dotati di tecnologia superiore alla nostra, decidessero di confinare gli italiani in piccole porzioni di territorio e si impadronissero del resto. Preferisco raccontare tutto questo in un romanzo in cui si parla di amore e amicizia piuttosto che politico. Urlo, ma con voce dolce” sottolinea Jean che ha gli occhi azzurri come la bisnonna Almanda. Quando faceva il giornalista gli creava qualche problema essere autoctono, perché significa appartenere a una cultura che è stata schiacciata e che ora lui racconta.