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Pubblicado da Collezionista di News in 6 Settembre 2025
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    (dell’inviata Mauretta Capuano) È una storia di spaesamento, fra sogno e realtà, quella raccontata da Marija Stepanova nel suo nuovo libro ‘La sparizione’ (Bompiani), appena uscito in Italia.
        Quella sensazione che vive M., la protagonista della storia, è la stessa che avverte la poetessa, scrittrice, giornalista russa, nata a Mosca nel 1972, che oggi vive in Occidente. “A volte penso che la memoria sia l’unica cosa che rimane, ma è la cosa più ingannevole che ci sia. Per questo da una parte vivo il desiderio di mantenere i miei collegamenti, la vita che facevo prima e dall’altra, in contrasto con questo, c’è la speranza di poter andare in una realtà completamente diversa” dice Stepanova in un affollatissimo incontro al Festivaletteratura di Mantova, in dialogo con la scrittrice e traduttrice Elvira Mujcic.
        Fino a che punto siamo responsabili dei Paesi da cui veniamo? “Difficile trovare una vera risposta. Sono tre anni e mezzo, da quando è cominciata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia che mi chiedo come è potuto succedere questo e che cosa io abbia sbagliato per non riuscire a impedirlo. C’è una spiegazione per il fatto che la Russia è diventata irriconoscibile? Sarebbe troppo facile dire ‘io sono buona, non ho rapporto di parentela con questa bestia’. Oppure pensare: ho lasciato la Russia ed è stato un modo per dire ‘non in mio nome’. Ma, in fin dei conti, faccio parte di questa società e devo prendermi la mia responsabilità” spiega Stepanova che ha animato la scena culturale moscovita in aperta dissonanza col regime di Putin ed è considerata una delle più brillanti voci intellettuali europee. “L’evoluzione della Russia in questi ultimi 20 anni è qualcosa di cui vedo tracce in tutto il mondo” aggiunge. M. è una scrittrice che ha lasciato il suo Paese, in guerra con uno Stato confinante e sta andando ad un festival, ma rimane bloccata e non riesce neppure a produrre parole. Cosa è successo al linguaggio? “Queste lingue frammentate sono l’unico modo che abbiamo per opporci al potere. La lingua russa è diventata uno strumento per promuovere la guerra, di violenza. È stata abusata, usata male e questo mi scatena dolore e il desiderio di aiutarla come una vittima di violenza. Anche la lingua russa è vittima di questa guerra che è contro la vita in generale. Ma qualcuno deve pur amare la lingua russa, devo farlo io” sottolinea. È impossibile il ritorno? “Non sarebbe possibile per me tornare e non so neppure se lo vorrei. Non so se riconoscerei le persone, sono diventati una popolazione diversa. Non avevo mai pensato che avrei potuto lasciare la Russia” racconta la scrittrice. “Il numero di sfollati, profughi, espatriati è di 120 milioni di persone in tutto il mondo. Equivale alla popolazione della Russia, siamo 130 milioni. Quando ho saputo questa cifra ho fatto due riflessioni: da una parte questi numeri ci dicono che nessuno deve essere sconvolto quando arriva il momento di mettere lo zaino in spalla e darsela a gambe.
        Dall’altra, questo enorme numero di persone hanno in comune la stessa storia e questo fa di noi, di chi ha dovuto lasciare il proprio paese, una nuova comunità di esseri umani. Mi sembra che avere una storia comune sia una ragione più valida per creare l’attaccamento rispetto a un fazzoletto di terra o a una lingua comune”. Ha senso ancora far sentire qualcuno straniero? “Sono convinta che in certi contesti la domanda ‘da dove viene?’ sia un modo per dire: ‘lei non c’entra nulla con questo posto’.
        Quando me lo chiedono, mi vengono i brividi lungo la schiena perché io so benissimo da dove vengo. Ma, non c’è possibilità di fare ritorno, bisogna andare avanti, perché non c’è nulla a cui si può tornare”.
        “Mi piacerebbe fosse possibile fermare tutto, come un souvenir, un racconto del paradiso. Da piccola mi piaceva la storia biblica di Lot. Quando sua moglie si volta indietro viene trasformata in una statua di sale e questo è quello che accade volgendosi indietro. Inutile dire però che non ci riesco a essere così saggia da non farlo” sottolinea Stepanova. La letteratura è un modo per sentirsi a casa? In realtà da dopo l’invasione non sono riuscita a tornare alla poesia, non vuol dire che non abbia scritto, ma i risultati non mi hanno convinto. Anche perché con la poesia le cose funzionano in modo un po’ diverso. Il posto in cui io mi sento a casa non sono i miei versi, sono quelli dei miei poeti preferiti” afferma Stepanova.
       

    — Fonte: RSS di ANSA
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