
(di Chiara Venuto) STEFANO ROTTA, ‘ROSSO VOLANTE – LA LEGGENDA DI EUGENIO MONTI E DEL SUO INCREDIBILE BOB’ (Solferino, pp. 256, euro 18).
Velocità, fair play, passione. In queste tre parole si potrebbe includere tutto ciò che ha rappresentato per lo sport italiano Eugenio Monti. La storia della sua vita è ora raccontata da Stefano Rotta in ‘Rosso Volante’, in uscita per Solferino il 16 gennaio, un libro il cui titolo riprende il soprannome che gli fu donato da Gianni Brera: ‘rosso’ per via del colore dei capelli, ‘volante’ per la rapidità con cui sfrecciava con il bob.
Monti era nato a Dobbiaco nel 1928. In realtà, il suo primo amore erano stati gli sci, sui quali a ventidue anni era riuscito a battere il grande campione Zeno Colò. Due gravi infortuni ai legamenti, però, avrebbero interrotto quella parte della sua carriera. Fu allora che l’atleta scoprì il bob, la sua seconda passione che lo trasformerà – appunto – in Rosso Volante.
Il volume racconta, quasi in forma di romanzo, le vicende che hanno portato alla nascita del mito: dall’infanzia di Monti, tra i bambini che lo prendevano in giro per il colore dei capelli, fino al successo. Nella prefazione, l’attore e regista Giorgio Pasotti scrive di quando per la prima volta ha scoperto chi fosse il campione di bob e del perché abbia deciso di interpretarlo in un film tv Rai, ‘Il rosso volante’, appunto.
Tra l’altro, non ci potrebbe essere occasione più adatta per ricordare questo grande sportivo come l’avvicinarsi dei Giochi Invernali di Milano Cortina 2026. Monti fu protagonista di un gesto di fair play che gli valse la prima medaglia Pierre de Coubertin allo spirito sportivo di sempre. Passò alla storia quella volta che, alle Olimpiadi di Innsbruck del 1964, regalò un bullone del suo bob agli avversari inglesi, così donando loro la medaglia d’oro. Un gesto che Monti, dopo qualche polemica, spiegò con la frase: “Nash ha vinto perché è andato più veloce, mica perché gli ho dato io il bullone”.
La sua carriera non finì allora, nonostante Monti a quel punto avesse giurato e spergiurato di volersi ritirare. Quattro anni dopo, sulla pista di Grenoble, l’ormai quarantenne Rosso Volante riuscì a vincere in una gara mozzafiato la medaglia d’oro sia nel bob a due – con Luciano De Paolis – che in quello a quattro, con De Paolis, Mario Armano e Roberto Zandonella.
Dunque, giunse il vero ritiro, che lo vide tornare a lavorare negli impianti di risalita. La vita, poi, gli presentò altre, dolorose, sfide: la separazione dalla moglie, la morte del figlio per overdose, il morbo di Parkinson. Il 30 novembre 2003 Eugenio Monti si tolse la vita con un colpo di pistola. Tra leggenda e storia, il suo esempio continua a ispirare gli atleti di oggi.