
(di Paolo Petroni) JOHAN HARSTAD, ‘MAX, MISCHA E L’OFFENSIVA DEL TET’ (SELLERIO, pp. 1250 – 28,00 euro – Traduzione di Sara Culeddu e Maria Valeria D’Avino) Un romanzo fiume dalla corrente narrativa che trascina ma non impetuosa, quindi tutta godibile come una navigazione esistenziale coinvolgente dove non accade nulla di eccezionale o avventuroso, ma cresce un quotidiano che per la forza affabulatoria della scrittura e ricchezza del racconto diventa vita, grazie alla qualità della traduzione, fatta di umori e sentimenti, mancanze, desideri e nostalgie. Un’esistenza normale che a molti ha fatto pensare a un altro romanzo di grandi dimensioni, ‘Una vita come tante’ di Hanya Yanagihara (casualmente edito sempre da Sellerio anni fa) ma che qui, visto che Max Hansen, il protagonista e io narrante, è un regista, ha come contraltare, come specchio del mondo, il teatro, nel suo valore metaforico e nel suo quotidiano di prove, recita, approssimazioni, interpretazione e vanità. E per gli amanti del teatro questo libro è un vero godimento.
“Io non sono qui” è una battuta verso il finale del complesso dramma intellettuale sperimentale che Max segue nella sua tournée attraverso gli Stati Uniti, sentendola vera per il suo saper scatenare “ogni sera una sensazione di disagio per il fatto che non dice nulla su dove si trovi. sappiamo solo che non è qui”. E questo spaesamento, questo sradicamento con cui fare i conti, legato al problema dell’identità, è direi il tema del romanzo di Harstad nella sua molteplicità narrativa, nel suo divagare e riflettere senza alcuna presunzione, nell’affrontare e incastrare passato e presente, luoghi e argomenti, come per libere, sotterranee associazioni, scene di un grande mosaico capaci spesso di sorprendere al loro incipit.
Max è nato e cresciuto in un paesino sulla costa norvegese cui fanno capo coloro che lavorano nelle piattaforme petrolifere in alto mare, e suo padre, pilota, da felice ragazzo tredicenne lo sradica dal suo mondo per portarlo negli Usa a vivere a Long Island nel 1990, dove lui è assunto per guidare grandi aerei per l’American Airlines. Da membro di un gruppo di amici che scorrazzano liberi, si ritrova solo e si mura in questa solitudine respingendo il mondo nuovo, finché arriverà l’incontro con Mordecai, che diverrà l’amico di una vita, tra alti e bassi, tra tradimenti (quando si innamorerà perdendo disponibilità), provocazioni e condivisioni profonde. Poi arriverà Misha, inquieta ragazza canadese, creativa, artista, che si dice assomiglia tantissimo a Shelley Duvall (la cui foto è sulla copertina del libro), attrice molto amata da Robert Altman e fragile, segnata dal lavoro con Kubrick in ‘Shining’.
Quindi l’inizio della carriera di attore assieme a Mordecai, la scoperta del teatro, l’impegno e combattimento con i testi nel diventare regista. Dietro tutto questo, a gettare un’ombra significativa sul modo di vivere e sentire le cose, c’è lo zio Ove che l’ha combattuta e il trauma storico della guerra del Vietnam, di cui Max ha sempre sentito parlare dai suoi genitori, pacifisti e attivisti del partito comunista, marxisti radicali sino alla disillusione con la ferocia di Pol Pot e “il rivoltoso sconosciuto con due buste della spesa in mano che si piazzò davanti ai carri armati in piazza Tienan-men”. C’è l’idea di un mondo migliore e la disillusione, c’è il fascino per ‘Apocalypse Now’, film che rivela come quella guerra, come ogni guerra, sia senza senso per la maggioranza di coloro chiamati a combatterla, e lasci un segno nella società, negli individui.
Max inizia a scrivere decenni dopo il suo arrivo in America dove gli immigrati di successo vengono ascritti automaticamente al paese e pian piano dimenticano da dove vengono, “mentre quelli di minor successo continuano a appartenere al loro paese d’origine a tempo indeterminato”. Scrive non perché ritenga di aver vissuto cose particolari e significative: “Non lo sono mai state, né allora né ora. Però erano le nostre vite, erano intrecciate, e mi è venuta una gran paura di perderle. Ho già cominciato a perdervi”. Scrive per arrivare al finale di questa storia d’amore per la vita, finale che si svolge in un aeroporto, che definisce un non-luogo che ti pone in una sospensione spaziale con una giornata senza inizio e senza fine, e c’è “un tabellone con la mappa del terminal e la scritta ‘You Are Here’. Sono qui”. Ma ora con una meta, una destinazione.
Come l’Offensiva del Tet in Vietnam fu una serie di attacchi a sorpresa simultanei – spiega Harstad, l’autore – così io ho provato scrivere tutte le cose contemporaneamente “sperando alla fine ne sarebbe venuta fuori la storia completa di una vita”.