
(di Agnese Ferrara) ANNA ANTONIAZZI, IRENE BIEMMI ‘INFANZIA E STEREOTIPI IN TV’ (Prefazione Gino Cecchettin, Carocci, pag.136, euro 13,00).
Se la tv educa, cosa propone alle bambine e ai bambini? Riproduce e reitera stereotipi di genere consolidati o è capace di promuovere modelli inclusivi, aperti e non violenti? Per approfondire linguaggi, ruoli e narrazioni della programmazione televisiva per ragazzi sono state passate al setaccio 50 ore di programmi tv, tra serie animate e relativi inserti pubblicitari trasmessi dai canali Boing, Cartoonito, Frisbee, k2, rai Gulp e Super! del 2024 e 2025, anche confrontandoli con gli anni precedenti. Idem 250 spot pubblicitari andati in onda sugli stessi canali. L’indagine è stata condotta da Anna Antoniazzi, docente di letteratura per l’infanzia e storia dell’educazione all’Università di Genova e da Irene Biemmi, insegnante di Pedagogia di genere all’Università di Firenze, ed è contenuta nel loro libro ‘Infanzia e stereotipi di genere in tv’, in libreria dal 15 maggio per Carocci editore. Le ricercatrici si confrontano sui modelli educativi proposti e sulla necessità di attuare nuove strategie per promuovere una cultura plurale, inclusiva, aperta e non violenta.
“La televisione per l’infanzia non intrattiene soltanto, ma educa, plasma, contribuisce a costruire giorno dopo giorno lo sguardo di bambini e bambine sul mondo. E in quello sguardo prendono forma anche precisi modelli di genere: cosa può fare un maschio e cosa è più adatto a una femmina, – spiegano le autrici. – Sebbene si notino alcuni cambiamenti nelle rappresentazioni della maschilità e della femminilità, oggi meno rigide e univoche rispetto al passato, resta ancora molta strada da percorrere affinché i nuovi modelli di riferimento si affermino in modo stabile nell’immaginario collettivo e vengano ampiamente riconosciuti e condivisi, – spiegano. – Quello che ancora manca davvero, però, trasversalmente a tutte le proposte immaginative analizzate, è il riferimento a un’inclusività volta a normalizzare situazioni e temi presenti nell’esperienza quotidiana dei bambini e delle bambine: disabilità, diversità culturale e religiosa, differente colore della pelle restano argomenti tabù per la maggior parte delle produzioni televisive prese in considerazione. Sono davvero troppo poche, per non dire inesistenti, le proposte mediatiche che vedono come protagoniste, o anche solo come comparse, persone che non appartengano a quella categoria definita negli Stati Uniti con il termine wasp (White Anglo-Saxon Protestant) acronimo che rimanda inevitabilmente a quella classe egemone “bianca”, di discendenza britannica, tornata in auge nell’epoca trumpiana”.
“Non possiamo lasciare che siano solo le serie tv o la pubblicità a raccontare ai nostri figli chi devono essere.
Abbiamo il dovere, ma dovremmo sentirlo come un privilegio, di accompagnarli, di ascoltarli, di offrire loro orizzonti più ampi, – spiega nella prefazione Gino Cecchettin presidente della Fondazione dedicata alla figlia Giulia, uccisa nel novembre 2023 dall’ex fidanzato Filippo Turetta.