
Un libro, appena pubblicato per le edizioni Castelvecchi, ci porta a scoprire un aspetto sconosciuto del poeta romanesco, Giuseppe Gioachino Belli. Uomo colto e appassionato di altre culture e di altri Paesi, Belli amava in particolare la Cina. A raccontarcelo è il libro dal titolo ‘Di alcune cinesi curiosità’, curato dalla storica Marina Battaglini, che verrà presentato alla Biblioteca nazionale di Roma il 10 giugno alle 16.30.
Gioachino Belli nasce a Roma nel settembre 1791. Di famiglia benestante, da appassionato studioso entrò presto, prima come segretario e poi presidente, nell’Accademia tiberina, che comprendeva gli oppositori dell’Impero, liberali e clericali. Ma ciò che lo renderà famoso sono appunto i suoi 2.279 sonetti, composti in vernacolo romanesco, “un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma” scrive il poeta. Una plebe che Belli definisce “non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa”. Ma il libro della sinologa Marina Battaglini ci racconta, invece, l’artista appassionato della cultura e dell’arte cinese. Tra le carte belliane conservate alla Biblioteca nazionale di Roma, l’autrice ha scoperto un autografo inedito di Gioachino Belli dal titolo ‘Di alcune cinesi curiosità’ che sarebbe servito allo scrittore per una serie di conferenze all’Accademia Tiberina.
Tutto nasce dall’amicizia del Belli con Onorato Martucci(1774-1843), viaggiatore instancabile e mercante dalla vita avventurosa. I suoi traffici commerciali lo portano in vari paesi orientali, tra cui India e poi Cina, fino a quando nel 1823 decide di tornare in Italia, ma portando con sé 326 casse piene di cineserie antiche e moderne. Una raccolta di oggetti che testimoniano la vita quotidiana, la cultura, l’arte, ma anche la storia e la politica di quel lontano paese, con cui a Roma allestisce, in via del Corso, un Museo cinese aperto al pubblico. Quattro grandi sale, stipate all’inverosimile di oggetti da enormi a piccolissimi, quadri, stampe, monete, monili, “curiosità vaghissime e pregevoli” le definisce il Belli, che amava visitare il museo pieno di oggetti di uso quotidiano ,tabacchiere, gioielli e scarpe. Queste ultime danno lo spunto al poeta per criticare “il barbaro costume di storpiare i piedi alle donne” messo in atto in Cina. Belli nel manoscritto ci descrive anche la grande biblioteca di più di 3 mila libri, tra poemi, testi di scienza, carte geografiche e testi religiosi. E infine, la galleria dei ritratti, tutti di donne, che consentono allo scrittore una serie di riflessioni sulla donna cinese. Con le sue annotazioni Belli cerca di farci conoscere una civiltà e un popolo che è ” stravagante, astuto, formalista e superstizioso” ma anche capace di profondità filosofiche e letterarie, artistiche e scientifiche. Marina Battaglini, nel libro, ci racconta dunque un Belli intellettuale che attraversa in maniera consapevole “il suo periodo storico, segnato da trasformazioni e contrasti, dalla Rivoluzione francese al Regno d’Italia”, forte della propria convinzione, chiaramente espressa nel manoscritto “che in fatto di gusto il giudicare un popolo secondo i principi di un altro non sia buon raziocinio”. Intanto lo scaltro Martucci alla fine del 1832, dopo vani tentativi di vendere la collezione al governo pontificio, ottenuti solo rifiuti la cede al re di Baviera Luigi I di Wittelsbach. Alla presentazione del libro il 10 giugno partecipano il direttore della Biblioteca nazionale centrale di Roma, Stefano Campagnolo, e tra gli altri il presidente del centro studi Giuseppe Gioacchino Belli, Marcello Teodonio.