
‘Il giudice gentiluomo. Vita di Severino Santiapichi’ (Bibliotheka Edizioni, 400 pagg., 19.00 euro con prefazione di Walter Veltroni e premessa di Cesare Parodi). A dieci anni dalla scomparsa e nel centenario della nascita, Salvatore Lordi, giornalista, restituisce la figura di un uomo che ha attraversato i nodi cruciali del Novecento italiano con equilibrio, rigore e una profonda consapevolezza del proprio ruolo istituzionale. Il giudice gentiluomo non è soltanto il ritratto di una carriera esemplare, ma una riflessione attuale sul senso del giudicare, sul limite del potere e sulla responsabilità morale di chi è chiamato a servire lo Stato.
Nella prefazione, Walter Veltroni sottolinea come questa biografia sia “anche romanzo, nell’accezione più bella della parola”, capace di raccontare non solo una carriera ma “la storia di tutti noi nel Novecento”. Il percorso di Santiapichi, osserva Veltroni, non è quello di chi subisce la storia, ma di chi la attraversa con senso critico, esercitando osservazione, giudizio e responsabilità. Il libro — sottolinea ancora — permette di comprendere quanto sia decisiva la formazione culturale e morale di un magistrato: dalle radici siciliane alla biblioteca paterna, dalle letture classiche alla pratica del dubbio”. Riflette sul significato del “valore” di un giudice nelle fasi più delicate della vita democratica Cesare Parodi, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, che nella premessa rileva come la lezione di Santiapichi ricorda che la magistratura non è un potere politico alternativo, ma “un pilastro essenziale di garanzia”.
Nato a Scicli nel 1926, Severino Santiapichi ha indossato la toga per quasi mezzo secolo. Avvocato, pretore, magistrato, fu presidente della Prima Corte d’Assise di Roma e protagonista di alcuni dei processi più delicati della storia italiana: tra questi il processo per l’attentato a Papa Giovanni Paolo II e il processo Moro-bis per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.
Erudito, austero ma ironico, profondo conoscitore dei classici, seppe coniugare cultura giuridica e sensibilità umana. Non amava l’esposizione mediatica né il protagonismo: la sua cifra – come evidenzia l’autore, Salvatore Lordi – fu sempre la sobrietà istituzionale, la meticolosa applicazione della procedura e il rispetto della dignità dell’uomo, “qualsiasi uomo”, anche di fronte ai crimini più gravi.