
(di Gioia Giudici) GABRIELLA ZALAPÌ, ‘ILARIA O LA CONQUISTA DELLA DISOBBEDIENZA’ (GRAMMA FELTRINELLI, PP. 160; 18,00 EURO) “Se avessi raccontato semplicemente la ‘mia verità’, questo testo sarebbe stato insopportabile” dice Gabriella Zalapì, autrice di ‘Ilaria o la conquista della disobbedienza’, un romanzo ispirato alla sua storia di bambina di 8 anni rapita dal padre e vissuta per due anni in viaggio con lui.
Nel libro è la primavera del 1980: Ilaria, una bambina di 8 anni, trova ad aspettarla, all’uscita dalla scuola, suo padre.
Gli va incontro felice, sicura di essere riportata a casa dalla madre e dalla sorella con le quali vive. Ma quel giorno inizia una peregrinazione lunga due anni, in giro in auto per l’Italia, di albergo in albergo, lungo le strade di un paese segnato dai conflitti politici e sociali ascoltati per radio. Un viaggio – raccontato in primo persona dalla bambina – pieno di paura, in compagnia di un uomo instabile, sconvolto da un divorzio che non riesce ad accettare, e di cui Ilaria teme le reazioni.
Sempre più irascibile e attaccato alla bottiglia, giunti nei paraggi di Roma, il padre abbandona la figlia in un collegio e sparisce. Ricompare settimane dopo per raggiungere, con un altro lungo viaggio, la Sicilia, dove lascia Ilaria dalla nonna, bizzarra e del tutto priva di cura nei confronti della bambina.
Sola, in una casa sconosciuta, a Ilaria non resta che la disobbedienza – smettere di mangiare e parlare – per ritrovare la libertà.
“La finzione – racconta la 54enne autrice, nata in Italia e cresciuta in Francia – mi ha salvata, mi sono ispirata ai fatti che mi sono accaduti, ma questo non è assolutamente un racconto autobiografico, la difficoltà è stata trovare la giusta distanza, servendomi della finzione come dell’ossigeno. La voce di una bambina è un’altra tappa di questa finzione, perché ho 54 anni e trovare questa voce è stato un lavoro di grande osservazione dei bambini e di scelta di riduzione del vocabolario. Ho cercato le sensazioni di quando eravamo piccoli, come i sedili di pelle delle auto che bruciano le cosce o l’essere seduti e non poter posare i piedi per terra, per escludere del tutto pathos e sentimentalismo: i bambini non dicono ‘sono triste o angosciata’, le loro sono sensazioni fisiche che si manifestano nel corpo”.
Una scelta che scatena ancora maggiore ansia nel lettore, che da adulto “capisce cosa succede e traduce emozioni che non sono esplicite”, come “il conflitto di lealtà di Ilaria, il punto cieco in cui precipita un bambino impotente, strappato tra padre e madre, cui si strappa qualcosa all’interno”. Un dramma che Zalapì ha vissuto personalmente anche se – ribadisce – “molti scrittori da secoli si ispirano al loro vissuto, non capisco questo bisogno di mettere un’etichetta, nessuno ha chiesto a Hemingway o Bianciardi se era vero o meno ciò che scrivevano, la scrittura è immaginazione e questo è un romanzo”. Tanto che se il libro finisce con una radio che suona ‘Cerco un centro di gravità permanente’, lei ammette che “quello che cercava Battiato non l’ho trovato, ma il mio centro di gravità non lo cerco più, anzi, alla mia età mi diverte essere in permanente disequilibrio”.