
(di Francesco De Filippo) Non un libro bello, un libro importante. Non per la profondità delle riflessioni o per la lungimiranza della visionarietà, ma per l’originalità del punto di vista e per la schiettezza con cui l’autrice mette in piazza se stessa, il passato, la famiglia, i valori friulani (quelli che la comunità custodisce a volte ancora troppo gelosamente).
In altre parole, il terremoto sì, nel suo cinquantesimo anniversario, ma al quale è stata sottratta la tragicità ormai diventata rito (non formalità) rilasciando la nettezza della determinazione, l’onestà specchiata, la volontà di superare il lutto e spingersi ancor più avanti. Con un pizzico di gioia, quella che solo i bambini sanno lasciar germogliare dentro di loro, a dispetto delle avversità.
Perché Paola Treppo, giornalista e scrittrice, bambina quel 6 maggio del 1976 che portò la devastazione – poi reiterata nel settembre successivo – grazie anche ai genitori del terremoto ricorda la libertà di andar per boschi senza controllo, il calore della comunità costretta tutta in piccoli e condivisi spazi, il divertimento tra le baracche, la simpatica stranezza del dormire tutti in auto. Lì dove gli adulti vivevano una disgrazia, i bambini scoprivano un mondo nuovo e avventuroso secondo una consueta, apparente contraddizione generazionale.
Già la copertina del libro è una dicotomia: all’agghiacciante titolo “E ven la fin dal mont!” (Viene la fine del mondo!), come urlava nonna Felicita aggrappata a un palo della luce mentre la terra si sconquassava sotto i suoi piedi, fa da contraltare la foto della piccola Paola con la madre, sorridenti davanti a una tenda da campo e i piedi nella neve. Anche le foto che corredano il libro – familiari, intime – ritraggono le sorelline Renata e Valentina, qualche amichetto, raggianti, felici.
Non è un caso se il volume è stato realizzato con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia e proprio in vista delle celebrazioni per il 50/o dell’Orcolat, il terremoto.
Si è abituati a uno spirito friulano un po’ ripiegato su se stesso quando non sfumato di cupezza, caratterizzato dal risparmio, dal riutilizzo, dal mettere al sicuro per non rovinarli i giochi molto sofisticati e costosi donati ai bimbi del sisma da chissà quale benefattore, oppure dal conservare qualunque oggetto che possa un giorno tornare utile per eventuali “situazioni di emergenza”. Uno spirito energico e senza fronzoli che svolta in ruvidità.
Paola Treppo di questi caratteri prende il buono: bontà, schiettezza, tenacia associandovi il sorriso che dà un colpo di sole a questa terra e ai suoi abitanti. Un percorso anagrafico, personale che corre dentro la crescita di una comunità che davvero da quella tragedia che tutto azzerò, ha avuto la capacità di rinascere, di trovare in se stessa una forza insospettata, sospinta anche da un desiderio di riscatto sociale. E che a distanza di tanti anni – 50 il 6 maggio prossimo, appunto – non ha perduto il suo smalto: di fianco alle aie con oche e galline svettano silenziosi capannoni industriali all’avanguardia nei settori enologico, informatico, tecnologico.
Uno sviluppo all’interno di una società – quella italiana – in rapido cambiamento. Treppo ricorda il gabinetto all’esterno della casa, il Vicks, il portapane di metallo, le presine a uncinetto da cucina bruciacchiate, le decalcomanie. Non è solo il mondo di Plan di Paluz o di Tarcento, è il mondo dell’Italia di qualche decennio fa; un mondo che non c’è più ma che lì, in Friuli, ha lasciato non macerie, ma una eredità di valori.