
(di Claudia Fascia) MATTIA MARZI, IL POPOLO DI ULTIMO (GALLUCCI, 160 pp, 16,90 euro) Da giorni i fan più agguerriti si sono accampati a Tor Vergata per essere sicuri di riuscire a conquistare la prima fila al concerto dei record. Per il 4 luglio a Roma Ultimo ha infatti dato appuntamento a 250mila persone, il live con più spettatori paganti in Italia, dopo aver ‘rubato’ il primato al Modena Park di Vasco del 2017 con 225mila spettatori. Il raduno degli ultimi, che arriva dopo dieci date allo Stadio Olimpico e un Circo Massimo in appena 7 anni (pandemia compresa): 650mila spettatori solo a Roma. A spiegare il fenomeno di una fanbase così compatta e così fedele – anche e soprattutto attraverso la voce dei fan -, è il giornalista Mattia Marzi con un volume dedicato più che al cantautore romano all’empatia che è riuscito a creare intorno a sé.
Un vero e proprio popolo che si riconosce nelle storie descritte nelle canzoni dell’artista trentenne, che si emoziona e si sente finalmente raccontato e compreso: “La generazione Ultimo ha trovato nel cantautore una voce che fa eco al proprio mondo interiore, svela le sue paure senza giudicarle, accoglie le fragilità di cui non ha senso vergognarsi”. Ogni concerto, in un’ascesa registrata nel giro di pochi anni, diventa così “un atto di appartenenza che va oltre la musica e diventa comunità”, scrive l’autore che azzarda un paragone: “Per la Generazione Z Ultimo è esattamente ciò che è stato Vasco per la Generazione X: uno che dà voce a chi non ne ha”. Da una parte la generazione degli anni Ottanta, cresciuta in un periodo di transizione e smarrimento dopo le utopie politiche del ’68 e del buio degli anni di piombo, dall’altra giovani nati dopo il crollo delle Torri Gemelle che ha portato con sé nuove incertezze, nuove crisi e un futuro rappresentato da un grande punto interrogativo, e cresciuti nel mezzo di una pandemia mondiale. E quello con Vasco è un parallelo che ritorna: il brano Sogni appesi sta a Ultimo come Siamo Solo Noi al Blasco, il Parchetto di San Basilio (dove è nato, cresciuto e che oggi porta il suo nome) del primo è il Roxy Bar del secondo, Tor Vergata come il Modena Park.
Ultimo arriva da una borgata ai margini della Capitale e di quell’aria, quell’atmosfera sono impregnati i suoi testi. Canta di chi è ai margini, di chi non si sente all’altezza degli standard richiesti dalla società e sono loro a riconoscere in Ultimo l’outsider che ce l’ha fatta, “che rifiuta i meccanismi dello show business, che porta avanti con coerenza un discorso tutto suo, alimentando un rapporto quasi protettivo con il suo pubblico”. Risponde ai “perché” della sua generazione, cogliendo sia l’isolamento che il senso di rivalsa (lontano dalla mascolinità tossica espressa da rapper e trapper). Su questo meccanismo, la comunione di intenti, si innesca la nascita del “popolo di Ultimo”. Lo stesso della combriccola del Blasco, ma anche dei Sorcini di Renato Zero: la stessa idea di identificazione con il loro profeta. Tutti uniti dall’emarginazione (che per Ultimo è anche quella vissuta nei confronti dei giornalisti, visti come nemici, dopo le esperienze non premianti al festival di Sanremo), dall’esclusione e dalla diversità vissute come marchio, E la musica diventa salvezza, da una parte e dell’altra del palco, perché – per dirla con le parole di Ultimo – “non smettete mai di credere alle favole”.