
(di Luciano Fioramonti) Il devastante straripamento del Po che nel 1951 provocò nelle province di Rovigo e Vicenza un centinaio di morti e danni per 300 miliardi si rivelò un banco di prova decisivo per quel giovane volontario impegnato nei soccorsi: dal diario dell’esperienza nelle zone colpite dalla catastrotrofe nacque tre anni dopo il suo primo capolavoro, ‘Cronache dell’alluvione’. Gian Antonio Cibotto, scrittore e giornalista, divenne il grande cantore del Polesine e da intellettuale poliedrico si affermò sulla scena culturale italiana oltrepassando i limiti territoriali. “Sono uno del Delta padano, niente in comune con il Veneto”, così si descrisse per rimarcare la sua specificità. Rovigo, la sua città, lo celebra nel centenario della nascita dedicandogli fino al 29 giugno 2026 a Palazzo Roncale la mostra ‘Il gusto del racconto’, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con il Comune e l’Accademia dei Concordi. Curato da Francesco Jori e diretto da Alessia Vedova, l’omaggio nasce da una idea di Sergio Campagnolo per raccontare un personaggio che dal giornalismo alla letteratura, dal teatro al cinema agli eventi culturali, ha attraversato la seconda metà del Novecento e il primo scorcio del terzo millennio con una presenza tra l’erudito e il popolare, accompagnati da una vena di ironia ma al tempo stesso di grande attaccamento alla sua terra e alla sua gente. “I veneti, questi inglesi trapiantati tra l’arco alpino e la pianura padana, come i loro parenti d’Oltremanica possiedono una virtù magica, un filone consistente di humour” spiegò.
I curatori osservano però che se ne è andato nel 2017, a 92 anni, solo e isolato, “in tempo per non vedere un Veneto stravolto dalla modernità: quella terra che amava tanto perché si sentiva radicalmente e totalmente suo figlio”. Toni Cibotto ebbe l’infanzia e l’adolescenza segnati da un padre severo che lo volle in collegio. Negli anni della Dolce Vita si trasferì a Roma dove conobbe e fu amico di personaggi del calibro di Pasolini, Sciascia, Moravia, Mastroianni, Fellini, Visconti, Rossellini, Soldati, Montale, Saba, Ungaretti, e divenne per anni un pilastro della rivista la Fiera Letteraria.
La mostra offre ai visitatori un itinerario che rivisita il suo lungo percorso, a partire dagli esordi che lo videro, appunto, tra i soccorritori dell’alluvione. Poi l’impegno nel giornalismo e nella scrittura. Tra i suoi libri spicca il romanzo ‘Scano Boa’ ispirato a un fatto di cronaca, una sorta di versione fluviale de Il vecchio e il mare, che diventò un film con una giovanissima Carla Gravina e gli storioni meccanici creati da un giovane sconosciuto che sarebbe diventato un gigante internazionale degli effetti speciali, Carlo Rambaldi.
L’impegno si estese alla critica letteraria e teatrale e nella promozione di eventi di rilievo nazionale come il Premio Campiello. Alla fine degli anni Settanta tornò in Veneto per lavorare al Gazzettino, nella sua Rovigo, dove era nato l’ 8 maggio 1925, alla quale lo legava un rapporto di amore-odio, chiudendosi sempre di più nell’ultima fase dalla vita nella casa in cui custodiva la mitica biblioteca di ben 37mila volumi, tra cui opere con dedica di firme prestigiose. Quella casa in viale Trieste, fatiscente e ormai irrecuperabile, è stata demolita nel 2023 per fare spazio a una nuova costruzione con alcune proposte in ballo – dall’intitolazione a una targa – per ricordarlo come fa già il parco che gli è stato dedicato nel quartiere Commenda, nella zona nord est della città. L’appuntamento rodigino, dunque, è l’occasione per riassaporare quel “fil rouge” di storie minime che rappresentava la sua vera cifra letteraria: frutto di una meticolosa quanto appassionata ricognizione sul campo, a bordo della sua mitica Mini Minor; “spinto – come ha scritto di lui Cesare De Michelis – dall’urgenza di testimoniare per rendere giustizia, senza esplicite ambizioni letterarie, ma ricco di un vivo senso morale”.