
(di Laura Valentini) GABRIELE D’ANNUNZIO, ‘DOLCI LE MIE PAROLE’ (CROCETTI EDITORE, PP 128, 16 EURO) – L’opera di un poeta tra i più grandi del Novecento nel tempo è stata un po’ offuscata da una immagine pubblica fin troppo invadente, costellata di gesti eclatanti e di amori con donne belle e fatali: ora a riaccendere il faro sui versi di Gabriele d’Annunzio arriva la raccolta ‘Dolci le mie parole’ dal sottotitolo ‘Le più belle poesie scelte e introdotte da Giordano Bruno Guerri’, storico, autore di libri sul Vate e presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani. In pochi anni il poeta scrisse la bellezza di ventimila versi e per sceglierli, il criterio, spiega Guerri all’ANSA, è stato soprattutto “ispirato al mio gusto personale e alla mia sensibilità”. Certo alla base c’è con l’autore “una vicinanza acquisita dopo decenni di studi e molti anni di gestione del Vittoriale, con D’Annunzio – sorride il curatore – lavoriamo gomito a gomito: sono entrato nella sua opera cercando di avvicinarmi alla sua sensibilità e ho scelto anche le poesie che sento più moderne”. Versi che, nel volume dal 3 marzo in libreria, si susseguono in ordine cronologico. “Si va da Primo Vere, raccolta che lui scrisse a 16 anni quando era studente, fino all’ultima poesia ‘Qui giacciono i miei cani’, composta di getto davanti alle tombe dei suoi cani, esattamente 60 anni dopo” e che oggi dopo aver stregato visitatori illustri come Valerio Magrelli è incisa su una lapide proprio nel luogo in cui fu concepita. “E però il cuore del libro è ovviamente nei versi composti fra Ottocento e Novecento, il periodo delle Laudi” il poema che racchiude i versi composti durante l’estate trascorsa dal poeta con la compagna Eleonora Duse (Ermione) sulla costa della Versilia. “E’ il periodo a cui risalgono la maggior parte dei suoi capolavori tra cui ‘La pioggia nel pineto’, eccezionale per tecnica linguistica e con un ritmo straordinario: l’epoca in cui è meno evidente l’aspirazione al superuomo ma in cui prevale il desiderio del bello e l’abbandono alla natura” sottolinea Guerri. Che ricorda come ‘La pioggia nel pineto’ ha ispirato anche una delle canzoni più popolari di Domenico Modugno: “Sì nel 1958 Modugno dopo il successo mondiale con Nel blu, dipinto di blu fece una tournée in America. Alla stazione ferroviaria di Pittsburgh, la città in cui morì la Duse, vide due fidanzati che si scambiavano un abbraccio d’addio sotto la pioggia. La scena gli ispirò alcuni versi e una nuova canzone, Piove (Ciao ciao bambina), che divenne un altro successo planetario e in cui è evidente la citazione della poesia”. Sempre in tema di influssi d’Annunzio fu autore dei versi della canzone napoletana “A’ vucchella”: li “scrisse per sfida in risposta allo sfotto’ degli amici al caffè Gambrinus di Napoli; si presento’ il giorno dopo con questo testo” che poi divenne un classico della canzone partenopea. La “sua duttilità linguistica e creativa è evidente anche nella Carta del Carnaro che è un capolavoro legislativo e linguistico , io penso che la costituzione più bella del mondo sia proprio quella” dice lo storico riferendosi al testo costituzionale per la reggenza di Fiume. Ma è l’opera poetica di d’Annunzio quella destinata a restare: “Montale diceva che la poesia del Novecento e non solo quella italiana gli deve moltissimo e questo già basterebbe a precisarne il valore”.
‘Dolci le mie parole’ sarà presentato il 14 marzo proprio al Vittoriale con una grande festa che celebrerà il lavoro di restauro fatto sul mausoleo “che è tornato in tutto il suo splendore e a cui abbiamo aggiunto l’illuminazione notturna” così come è stato “completamente rifatto l’auditorium che fu l’ultimo edificio costruito con il poeta vivente ma che fu arredato negli anni 70: era bruttino e non c’era riscaldamento, ora è bellissimo” spiega ancora il presidente della fondazione Il Vittoriale, complesso eretto dal 1921 a Gardone Riviera che l’anno scorso ha toccato quota 303mila visitatori di cui circa 50mila provenienti da scolaresche. “Questo è un segno che stiamo riuscendo a cambiare l’immagine di d’Annunzio, perché il problema è stato sì rimettere a posto il Vittoriale ma ancor più rimettere a posto l’immagine del poeta, liberarlo dei pregiudizi del protofascista, dell’uomo dedito al lusso e ai piaceri mentre era instancabile nel lavoro” capace di comporre versi per molte ore di seguito travolto dalle ‘Furie laboriose’ come scrive lui stesso al suo editore. “Quest’operazione fatta attraverso libri, convegni e film finalmente è passata perché gli storici da De Felice in poi lo sapevano che non era fascista ma per farlo arrivare al pubblico c’è voluto tanto lavoro. Ora si comincia a riscoprire d’Annunzio nella sua vera luce e – concude Guerri – spero che questo libro di poesie serva ancora di piu’ a questo scopo”.