
(di Luciano Fioramonti) Elio Pecora accanto a Valerio Magrelli, Claudio Damiani, Arnaldo Colasanti, Giuseppe Salvadori, Andrea Di Consoli, Paolo Febbraro, Roberto Galaverni e altri ancora. E’ finita con una allegra foto di gruppo di personaggi che hanno lasciato un segno profondo nella storia della poesia italiana la presentazione di Figurae, l’ ultimo libro di Nicola Bultrini. Il volume, uscito di recente da Amos Edizioni, riunisce ”in ordine sparso” versi composti nell’arco di venti anni fino al 2024 dall’ autore, marchigiano di nascita ma romanissimo di adozione per essersi trasferito nella capitale con la famiglia quando aveva tre anni. Gli amici e i colleghi incontrati a Roma dagli anni Ottanta – quando, dopo i furori delle avanguardie e della protesta giovanile, la nuova scena poetica nazionale viveva una fase di profonda trasformazione documentata da pubblicazioni storiche come le riviste Braci e Prato Pagano – si sono dati appuntamento alla Galleria La Nuova Pesa di Simona Marchini per raccontare suggestioni e ricordi dell’ autore. ”Non so spiegare come ho cominciato – ha detto Bultrini -. Avevo 23 anni ma nessuno dei miei amici amava la poesia. Mi sentivo un corpo estraneo ma la mia cultura letteraria si è formata qui, dove a metà di quel decennio ho incontrato i miei ‘fratelli maggiori’ ”. Erano gli anni in cui la scena culturale romana era animata anche dalla figura di Beppe Salvia, poeta inquieto e anticonvenzionale di cui Bultrini ha ricostruito la vita e il suicidio in una bella biografia pubblicata da Fazi l’anno scorso. ”Per questo libro ho scelto poesie capaci di stare in piedi da sole – ha spiegato l’ autore -. seguendo il filo di ricorrere alla poesia quando non c’ è altro da fare”. Figurae, tranne tre inediti recenti, riunisce composizioni tratte da raccolte uscite negli anni, ma non segue una linea cronologica.
Ad accompagnarle i disegni a matita di fulmini e nuvole dell’ artista romano Elvio Chiricozzi, immagini evocative di fenomeni momentanei e in continua mutazione. ”Forse la poesia, come moto spontaneo, sta proprio nel tentare di raccogliere i segni del reale che appaiono per un istante, prima di svanire nel niente che non sappiamo, mentre attraversiamo il mondo, come tutti gli altri animali, respirando in silenzio”, osserva Bultrini.
Emozioni, ricordi, stimoli sensoriali affiorano tra le parole che il poeta accosta apparentemente senza sforzo ma che non hanno nulla di casuale, frutto anzi di un lavoro accurato di cesello. Qua e là compare di sfuggita qualche cenno biografico dell’ autore, frequentatore per mestiere delle aule di giustizia, quando dice che ”tutto invecchia nei sudari di carta / il tribunale è una fornace / l’ avvocato un demone che scivola sul mondo”. Ma anche la musica e la passione per il jazz, praticata suonando il sassofono, trova spazio tra i versi dando ritmo al racconto.
”Nicola ha trovato una sua voce morbida, piena di letizia e dignità di fronte al dolore, una sorta di controdolore delicato con una venatura religiosa colta nelle sfumature del paesaggio – ha osservato Andrea Di Consoli -. I suoi sguardi poetici manifestano un bisogno estremo di verità, si approccia alle cose in modo umile, coglie le epifanie e i piccoli miracoli della vita senza perentorietà. Osserva il mondo portando una luce, anche crepuscolare, lieve”. Gli amici poeti hanno di volta in volta accennato alla generosità di Bultrini, al suo ”saper pensare in versi”. ”Noi siamo quello che possiamo, non quello che vogliamo” ha precisato Elio Pecora, mentre Valerio Magrelli si è detto ”incantato dalla sua dolcezza, ha una spiritualità molto poco chiesastica, vedo in lui qualcosa di francescano”. Per Arnaldo Colasanti, mentore e maestro severo di Bultrini nel giudicarne gli esiti dei primi tentativi poetici, ”ogni sua poesia viene da una adesione alla realtà”.