
(di Paola Del Vecchio) La responsabilità dell’informazione e il ruolo degli intellettuali nella difesa della democrazia sono al centro della riflessione di Javier Cercas, tra le voci più autorevoli della narrativa contemporanea, che nel suo ultimo libro ‘El periodico de la democracia’ (140 pagg. Ed. Random House), dedicato ai 50 anni de El Pais, intreccia memoria personale, storia collettiva e impegno civile.
“Credo che i media abbiano la capacità e il dovere di lottare contro la disinformazione”, afferma l’autore di ‘Soldati di Salamina’, sottolineando come oggi il giornalismo si trovi a operare “in un contesto molto più complesso rispetto agli anni ’80 o ’90”. “Continuano ad avere moltissimo potere, ma oggi la loro funzione è molto più difficile”, per la trasformazione del sistema mediatico, segnata dall’irruzione del social.
“Il fatto è che oggi la menzogna ha più capacità di diffusione che mai. Significa che il giornalismo è più necessario di sempre”, dice Cercas. “E i media sono in prima linea nella guerra contro la menzogna”.
L’occasione è un dialogo con corrispondenti esteri nella sede madrilena del quotidiano del gruppo Prisa, assieme al direttore Jan Martinez Ahrens. Il legame tra lo scrittore ed El Pais affonda le radici nell’adolescenza: “Quando uscì in edicola nel 1976, il cammino verso la democrazia cominciava appena a intravedersi e un gruppo di editori e intellettuali cercava uno strumento di riforma del regime franchista. Ha occupato il luogo della socialdemocrazia in Spagna. È divenuto subito un simbolo per un’intera generazione”, ricorda.
Mezzo secolo dopo, lo scrittore ha raccolto la sfida di raccontare quell’avventura editoriale intrecciandola alla propria biografia di editorialista da oltre trent’anni. La scelta di accettare l’incarico su commissione, dopo quello ricevuto dal Vaticano per ‘Il folle di Dio alla fine del mondo’, una “felice possibilità” di narrare il “vincolo personale” con il quotidiano “nato quando avevo 14 anni, nel momento in cui ho perduto la fede”.
“Venne a rappresentare quello che non rappresentava il nazional-cattolicesimo, che indentificavamo con il franchismo: era notizia, rappresentava la democrazia, un luogo di dibattito e di cultura letteraria, per me un’epifania”, assicura Cercas.
“Non sono un giornalista, sono un lettore che scrive sul giornale”, chiarisce l’autore di ‘L’impostore’. Ed è proprio questa posizione liminale a permettergli di rinvendicare uno dei tratti distintivi del quotidiano: “Ho scritto molte volte contro la linea editoriale e il giornale non solo lo ha tollerato, lo ha incoraggiato”.
Nel libro emerge con forza il ruolo svolto dal quotidiano nei momenti cruciali della transizione democratica, in particolare durante il tentato golpe del 23 febbraio 1981, al quale Cercas ha dedicato il suo celebre ‘Anatomia di un istante’. “In quel momento ci fu un gesto di resistenza reale e con enorme rischio”, ricorda lo scrittore, evocando l’editoriale che invitava i cittadini a difendere le istituzioni democratiche, mentre il Paese era paralizzato dal silenzio. O anche, le contrapposte posizioni pubblicate su pagine a fronte sulla spinosa questione degli indulti e, poi, l’amnistia agli indipendentisti catalani coinvolti nella stagione secessionista del 2017.
“La civiltà consiste nel discutere, anche da posizioni opposte, restando amici”, rileva Cercas. E non basta più raccontare i fatti: “Il lavoro giornalistico va oltre, è chiamato a smentire e smontare la menzogna”. Una responsabilità – osserva – che “riguarda anche gli intellettuali in una fase storica segnata dall’ascesa dei nazional-populismi e in cui la democrazia appare come un bene fragile”. “Tutti abbiamo una responsabilità, la polis è di tutti. La democrazia etimologicamente significa potere del popolo ed è un bene troppo importante per lasciarla nelle mani dei politici”, afferma l’autore di ‘Le leggi della frontiera”.
Una visione che trova eco nelle parole del direttore di El Pais, Jan Martinez Ahrens, che rivendica l’indipendenza e il rigore del quotidiano, “investendo molto” nella qualità dell’informazione: “In cinquant’anni abbiamo costruito una relazione di fiducia con i lettori, fondata su verifica, trasparenza, e capacità di autocorrezione, tenendo fede ai valori originari: difesa della democrazia, vocazione europeista e impegno civile”.
In questa continuità, sottolinea Javier Cercas, si misura l’attualità di El Pais, che resta ‘il giornale della democrazia’.