
(di Elisabetta Stefanelli) CATHY LA TORRE, TUTTE LE VOLTE CHE LE DONNE (Rizzoli, pp. 260, euro 18,00).
È interessante, divertente ma farà anche un po’ arrabbiare questo volume in cui Cathy La Torre ha messo insieme tutte le storie possibili di donne ‘dimenticate’, e che non passa certo inosservato – lui, il libro, ma è maschio – a cominciare dalla copertina psichedelica. Perché le donne, loro sì, sono spesso invisibili e lo sono nelle strade delle nostre città, lo sono nei libri di storia, lo sono anche quando hanno inventato qualcosa di importante, ma poi, neanche a farlo apposta, sono altri, sempre uomimi, a prenderne il merito.
“Le storie che avete letto non appartengono al passato.
Appartengono a ogni donna che si trova in una situazione impossibile e ricorda che qualcun’altra è stata in una situazione impossibile prima di lei e l’ha cambiata”, scrive l’autrice, avvocata e impegnata attivista che pure nel prologo spiega come la madre l’abbia rimproverata per timore di un libro troppo “femminista”.
Sì, perché queste raccontate da La Torre sono prima di tutto storie di donne determinate, donne anomale per il loro tempo e che hanno avuto uomini contro che hanno tolto loro parola e meriti, che ne hanno impedito in tutti i modi il cammino. Ma bisogna anche dire che spesso invece hanno avuto i padri dalla loro parte, che hanno creduto nel loro talento e le hanno incoraggiate perché fino ad almeno qualche decennio fa senza un padre, che aveva un ruolo sociale, a spingerti non era possibile proprio fare nulla. Ora questo magari è diverso, ora anche una madre ha la possibilità di aiutare una figlia nel suo cammino di crescita sociale ed intellettuale ed è bene che ogni madre lo faccia se vogliamo continuare a fare passi avanti.
Ecco allora che La Torre inanella storie di donne che hanno inventato cose che si direbbero avere un’anima maschile come le componenti delle automobili, dai tergicristalli agli specchietti retrovisori, ed invece – udite udite – sono state inventate da donne a cui però qualcuno ha sottratto più o meno indebitamente il merito. Poi ci sono le donne che hanno inventato strumenti per migliorare la propria vita casalinga e quella di tutti gli altri, dalla lavastoviglie al sacchetto di carta e persino la sega circolare. O ancora le donne che non sono riuscite ad avere quel Nobel per studi Stem a cui avevano contribuito in modo sostanziale, spesso determinante, come nel caso della prima moglie di Albert Einstein, Milena Maric. Anche lei era una ragazza talentuosa aiutata dal padre, era nata nel 1875 e le donne non erano ammesse all’università, per questo per continuare gli studi si trasferì dalla piccola città del Danubio dove era nata fino a Zurigo. Lì conobbe Albert, lui aveva 17 anni, lei 21, erano amici, lavoravano nello stesso gruppo all’università, e presto lei rimase incinta di una bambina di cui si persero quasi subito le tracce. Loro rimasero insieme, studiarono insieme, lavorarono insieme, facero altri figli, si lasciarono. Eppure lui, quando vinse il Nobel, donò completamente a lei la cifra del premio. Forse per riconoscenza umana, forse per riconoscenza scientifica.
Questo non si sa, la storia è ambigua e non ci sono documenti che mettano una parola definitiva. Molto più evidente invece è l’assenza delle donne nella toponomastica stradale, come quella dell’insulto delle statue dedicate alle figure femminili che o non ci sono o sono nude, anche se si tratta di giornaliste come Ilaria Alpi o di eroine come la povera spigolatrice di Sapri. A quasi tutte tocca il destino di avere le tette lucidate dai turisti in cerca di fortuna.