
(di Samantha De Martin) Se André Kertész ha raccontato con l’occhio “ingenuo” del bambino l’orrore dei lager nazisti, Péter Nádas ha spalancato il sguardo da fotografo sulla storia del suo tempo con pagine attente a gesti e a dettagli, sensibili ai temi della sessualità e del potere, percorse dal grande uragano della memoria e della storia europea del XX secolo. Se n’è andato a 83 anni nella sua casa di Gombosszeg, un villaggio nel sud-ovest dell’Ungheria, con un repertorio di temi che spaziano dalla centralità del corpo all’amore, fino alle saghe che hanno percorso a perdifiato il tempo della storia, dagli anni della Germania nazista a quelli della rivoluzione ungherese, riversati in romanzi, saggi, opere teatrali, scritti autobiografici.
Nádas non si considerava un autore politico. La sua vita è trascorsa, come lui stesso diceva, “tra realtà e immaginazione”, alla maniera di “un traghetto che viaggia avanti e indietro da una sponda all’altra di un fiume”, nuotando controcorrente. Nei suoi romanzi e racconti aveva trasfigurato la storia recente, intrecciandola alle vicende dei suoi personaggi anche perché, diceva “da sola la realtà è noiosa”.
Era nato a Budapest nel 1942 da una famiglia di origini ebraiche ed era cresciuto nell’Ungheria comunista facendo inizialmente il fotografo e il giornalista. (Recentemente le sue opere fotografiche sono state esposte in diverse mostre. “Se Dio esiste, lo si può trovare nella più piccola quantità di luce e in un principio compositivo ridotto all’essenziale” diceva a proposito della sua indagine sulla fotografia a colori).
Sin da adolescente era stato un avido lettore di classici russi, poi di Thomas Mann, Proust, Musil, Molière, Shakespeare, non ultima la Bibbia. Nel 1968, all’indomani dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, aveva abbandonato il giornalismo per dedicarsi alla letteratura, “voltando le spalle al sistema, per salvare la mia anima”, e andò a vivere in campagna. Da allora, come lui stesso racconta, fu “controllato severamente”.
“Decidevano quando potevo pubblicare, che cosa e in quante copie. Mi avrebbero autorizzato a fare viaggi all’estero solo se avessi accettato di lavorare come agente segreto, ovvero se mi fossi prestato a spiare e denunciare i miei amici”. I problemi con le autorità e il peso della censura non gli hanno impedito di proseguire con tenacia la sua attività letteraria. Nel suo debutto letterario, ‘La Bibbia’, annotava: “Questi scritti hanno visto la luce sotto la dittatura. Sei anni prima era stata soffocata la rivoluzione ungherese del 1956 e le prigioni erano ancora molto affollate”. Nel 1977 arrivava ‘Fine di un romanzo familiare’ dove gli occhi di un bambino (tanti ce ne sono nei suoi lavori a guardare con ‘stupore’ al mondo dei grandi) frugano tra la diaspora degli ebrei e le Sacre Scritture. Se ‘Il libro dei ricordi’, con i suoi rimandi esistenziali e autobiografici, è considerato il suo capolavoro, il romanzo in tre volumi ‘Storie parallele’, pubblicato nel 2005, è annoverato tra le opere che hanno segnato il rinnovamento della narrativa ungherese contemporanea. Premio di Stato austriaco per la letteratura europea, Premio Kossuth, Premio Kafka, prediligeva la scrittura a mano “espressione della personalità”.
Nel 2025 era uscito il suo ultimo libro, ‘Halott barátaim’ (‘I miei amici morti’), un elogio rispettoso dedicato agli i amici scomparsi, all’ultima grande svolta della prosa ungherese e alla storia della libertà di quell’epoca.