
ALBERTO ANGLESIO, BUSSOLA PER GENITORI (Il Bardotto Raineri e Vivaldelli, Editori Torino, pag.
81, euro 18) Il libro di Alberto Anglesio sin dal titolo si presenta come una proposta diversa dai manuali salva genitori. “Una bussola per genitori” è uno strumento per navigare il tema, ma ogni decisione va ragionata nella situazione specifica: non ci sono ricette preconfezionate.
Evitare errori gravi sarebbe già un successo. Ma, senza un’adeguata formazione, si fallisce. L’importante, secondo Anglesio, è ricordarsi sempre che, in generale, un bambino va “incoraggiato” e mai “scoraggiato”. E che “per poterlo incoraggiare occorre avere fiducia e rispetto per il bambino così com’è realmente”. Per raggiungere l’obiettivo il volume offre una serie di indicazioni che l’autore chiama “semplici stimoli”, frutto di sintesi dei più recenti studi e di quasi cinquant’anni prima come primario di psichiatria, poi nella libera professione.
Alla base c’è l’idea che il bambino è una entità diversa dal genitore. Scrive Anglesio: “La situazione che abbiamo vissuto è stata vissuta da noi, che siamo diversi da quel bambino, e si è verificata in un contesto totalmente diverso”. L’ascolto attento del bambino e la comprensione delle sue esigenze sono alla base di un buon rapporto. Ma non significa abdicazione al ruolo educativo. “Un bambino viziato sarà infelice da grande, perché non riuscirà ad apprezzare le piccole gioie della vita”.
L’invito è quindi a dire dei no, nei modi e nei momenti giusti, quando il bambino è ricettivo e uscire dal binomio premi-punizioni. Il libro si muove sempre nel solco di “rapporto” e “ascolto”, che porta alla costruzione di un “sentimento di sicurezza” e a una vera formazione per il futuro essere adulto. Si tratta di quel processo che Anglesio chiama “coinvolgere nella disciplina”.
Non dimentica mai la parte biologica, ossia il cervello, ricordando sempre che né quello del bambino, né quello dell’adolescente (fino in qualche caso a 25 anni) sono formati del tutto e che richiedono quindi un linguaggio e modalità espressive adeguate. “Nella scuola dell’obbligo – sottolinea infine – s’impara a leggere, a scrivere, a fare di conto e altre materie. Ma nei dieci anni di frequenza obbligatoria non è previsto alcun insegnamento che si occupi del tema avere un figlio”. Oltre a formazione l’altra parola citata è prevenzione, a cui si fa spontaneamente seguire da una patologia. Ma non certo prevenzione del disagio dei figli attraverso un rapporto sano e reciprocamente rispettoso da parte dei genitori. La motivazione potrebbe trovarsi nell’eccessiva ideologizzazione del tema, che finisce per bloccare iniziative bipartisan quanto mai utili.