
(di Mauretta Capuano) FRANCO CURRÒ, IL COLTELLO DELLA MEMORIA (RIZZOLI, PP. 235, EURO 18) Non ci sono i tutti buoni e i tutti cattivi, il bianco o il nero, ci sono gli ideali e le ferite della vita, le conseguenze imprevedibili dei nostri sogni e la necessità dello scontro con i padri nel romanzo d’esordio di Franco Currò, ‘Il coltello della memoria’, in libreria per Rizzoli. Nell’esergo “A volte gli ideali finiscono nel sangue, più spesso finiscono in poltrona” letto su un muro di via Larga, nel centro di Milano, nella primavera del 1973 “c’è tutto il tema del libro. Una serena presa d’atto che il mondo non poteva essere quello che sognavamo 50 anni fa” dice all’ANSA Currò, giornalista, una carriera cominciata all’ANSA e poi in vari quotidiani e periodici, fino all’approdo nel 1997 alla comunicazione d’impresa a livello strategico, prima come direttore della Comunicazione di Fininvest, quindi come consulente, lavorando a stretto contatto con la presidente Marina Berlusconi.
L’autore combina giallo e approfondimento nel raccontare l’eredità del ’68, “mitizzato e ancora poco indagato”, dà voce ai figli che non hanno più riferimenti attraverso la figura di Pietro costretto a fare i conti con un padre che alla fine non ha mai avuto.
Il romanzo si apre con la morte di Alberto Novelli, critico cinematografico un tempo famoso, trovato morto nel suo appartamento di Milano dalla colf Assunta Donadio, tra i personaggi più riusciti del libro. Un colpo di pistola alla tempia e un biglietto d’addio con scritto ‘Conveniva a tutti’ portano la polizia a non dubitare che Novelli si sia suicidato. A condurre le indagini è il vice commissario Peppuccio Loporto che si appassiona a questa vicenda in cui ritrova le promesse mancate della sua giovinezza. “La domestica è il personaggio più lontano da me e quello a cui sono più legato insieme al vice commissario. In tutti gli altri c’è un po’ di me” racconta.
Per Pietro, il padre era già morto tanto tempo fa, ma adesso deve tornare a Milano dalla Germania dove lavora in una multinazionale farmaceutica.
“La generazione dei boomer, la prima dopo la guerra, a cui appartengo, ha avuto un rapporto molto duro con i suoi padri, è stato un conflitto formativo, ci siamo fatti i muscoli. Quando da figli siamo diventati padri questo confronto si è interrotto.
Siamo stati dei genitori troppo consenzienti, preoccupati di non turbare i nostri figli, di avere il loro consenso e approvazione. Soddisfare ogni loro desiderio prima che lo esprimessero, li ha privati del desiderare. Si è formata così una generazione più fragile e insicura” dice Currò.
“Il rimprovero principale che gli adolescenti fanno ai loro genitori è di non essere sufficientemente adulti. Abbiamo commesso l’errore di essere amici dei nostri figli” incalza Currò che nel ’68 aveva 14 anni e attraverso la figura di Alberto Novelli fa i conti, con coraggio e senza risparmiare critiche, con quella stagione, con i nostalgici e con quelli che hanno usato il ’68 per arrivare in cima come, nel libro, il banchiere Rinaldi. “Ho fatto manifestazioni, cortei, scioperi. Le conseguenze di quella stagione sono ancora attuali, ci facciamo i conti senza accorgercene. Secondo me il ’68 è stata una sconfitta totale dal punto di vista politico, ma una grande vittoria dal punto di vista culturale. Il salto è stato obiettivamente clamoroso. Il lato negativo è in generale l’aver messo nel mirino l’autorità, la famiglia e il sistema scolastico” afferma.
Il dramma di Pietro si complica ulteriormente quando trova la lettera in cui il padre gli lascia in eredità un segreto della sua giovinezza. “In realtà il suo vero problema è che deve razionalizzare il rapporto con la figura paterna e con se stesso. Pietro si è creato una bolla in Germania, ma comincia a scoprire tante cose sull’assetto di vita che si è dato.
L’esistenza è vero che è sofferenza, ma l’alternativa è vegetare” dice.
Altra grande protagonista è Milano in tutte le sue trasformazioni, dove il genovese Currò vive. Ha mai pensato prima d’ora di scrivere un romanzo? “Quando mi applico lo faccio al cento per cento e non sarei mai riuscito a fare il mio lavoro e contemporaneamente scrivere un libro. Scrivere è sempre stato un aspetto fondamentale sia del mio lavoro di giornalista sia di comunicatore, ma in entrambi i casi hai dei paletti. È molto affascinante essere davanti a una pagina vuota e inventarti un mondo che non c’è”.
Un altro romanzo, un seguito? “Non lo so. È stato un modo di fare il punto su tutto quello che ho accumulato in 70 anni di vita. Un altro libro forse sì, se trovo qualcosa che mi convince”.