
(di Chiara Venuto) FRANCK THILLIEZ, ‘TRENO INFERNALE PER L’ANGELO ROSSO’ (Traduzione di Daniela De Lorenzo, Fazi, pp.
396, euro 19,50).
“Se dovessimo scrivere della realtà così com’è, senza abbellimenti o artifici, i lettori la troverebbero troppo dura, troppo sordida. C’è un caso tragico che mi ha profondamente colpito e commosso di recente: gli stupri di Mazan, e quello che è successo a Gisèle Pélicot. Una donna drogata ogni notte per anni, uomini che si iscrivono online per violentarla, proprio davanti al marito… Se un romanziere avesse immaginato una storia del genere, sarebbe stato considerato pazzo e nessuno avrebbe creduto al suo racconto. Eppure, la realtà ci mostra quanto possa superare l’immaginazione di qualsiasi scrittore di thriller”. A dire queste parole all’ANSA non è altro che il maestro del thriller francese, Franck Thilliez.
Noto per la sua scrittura cruda e ricca di dettagli macabri, Thilliez è tornato in libreria per Fazi con il suo romanzo d’esordio, ‘Treno infernale per l’Angelo rosso’ (traduzione di Daniela De Lorenzo, pp. 396, euro 19,50). In questa edizione c’è una nota per i lettori italiani che si chiude con una frase dura da accettare, considerando la terribile trama del libro: “Spesso la realtà supera la fantasia”.
“Parlo spesso di ‘intelligenza del male’ – spiega – come se alcuni individui possedessero una capacità di sprofondare nella depravazione che va oltre qualsiasi immaginazione”. Di questo tipo di intelligenza, attribuita agli assassini di cui scrive, nei suoi romanzi comunque ce n’è. In ‘Treno infernale’ il commissario Franck Sharko è alle prese con il caso più difficile della propria carriera: la scomparsa di sua moglie, Suzanne.
Allo stesso tempo, dopo un congedo, il suo primo incarico riguarda un omicidio avvenuto in un paesino, dove è stato rinvenuto il cadavere di una donna sospeso a mezz’aria con un sistema di corde e ganci, mutilato e ricomposto in una posa innaturale. Da qui Sharko scoprirà un sordido sottobosco di depravazione.
“Ho scritto questo libro più di vent’anni fa e, in occasione della sua uscita in Italia, ho avuto voglia di rileggerlo – racconta Thilliez -. È un romanzo molto dark, in cui credo di aver avuto bisogno di espellere anni di immagini accumulate, derivanti da letture strazianti e dal consumo di numerosi film horror fin dall’adolescenza”. Quanto a Sharko, “ciò che lo rende così avvincente è il fatto che sia allo stesso tempo un eroe e un personaggio che potrebbe essere un vicino, un parente, un amico. Fin dalla sua prima indagine nel 1991, il destino non lo ha mai risparmiato, eppure, 34 anni dopo, è ancora qui, vivo e vegeto”. Il commissario “è molto diverso da me, fisicamente e moralmente – avverte l’autore -, ma abbiamo delle cose in comune: il desiderio di comprendere i meccanismi che spingono alcuni individui a commettere crimini. Perché le persone socialmente integrate passano dalla parte sbagliata della linea? Mi chiedono spesso se mi sarebbe piaciuto fare il poliziotto, come Sharko. Non credo; non ho la corazza abbastanza resistente, a differenza sua”.
Per Thilliez, insomma, Sharko è un personaggio che ci parla perché molto umano. Ma pure il genere del thriller oggi trova sempre più spazio. “Riflette perfettamente i nostri tempi e le nostre abitudini di consumo – conclude -. I capitoli brevi permettono di leggere, fare altro e poi riprendere a leggere, come gli episodi di una serie. Colpi di scena, suspense, sensazioni crude e immediate che aggiungono pepe alle nostre vite. Siamo sempre stati attratti dalla paura; è un istinto profondamente radicato in noi, che esercitiamo ed esprimiamo leggendo thriller. È una paura positiva perché la controlliamo: se vogliamo che finisca, chiudiamo il libro”. Se solo si potesse fare anche nella vita reale.