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Pubblicado da Collezionista di News in 1 Febbraio 2026
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    (di Elisabetta Stefanelli) AA.VV. ”È ANCORA POSSIBILE LA POESIA. POETRY NOBEL LECTURES” (Vallecchi, pag. 316, 18,00 euro). È il 12 dicembre del 1975 quando, emozionato, elegantissimo, Eugenio Montale scuote la sua chioma bianca leggendo all’Accademia di Svezia di Stoccolma il discorso per il conferimento del Premio Nobel per la letteratura di quell’anno cruciale. Ricorda Roberto Galaverni nella sua introduzione a ”È ancora possibile la poesia”, che ”Pier Paolo Pasolini era stato assassinato solo da poche settimane”. La citazione non è ovviamente peregrina perché il discorso di Montale affonda le radici nell’attualità, così come aveva fatto il poeta di Casarsa con i suoi ultimi scritti pubblicati sul Corriere della Sera, testata su cui non a caso scriveva anche l’autore ligure.
        ”In questo anno o negli anni che possono dirsi imminenti il mondo intero (o almeno quella parte del mondo che può dirsi civilizzata) conoscerebbe una svolta storica di proporzioni colossali”, scrive Montale in un intervento che definirei quantomeno preveggente. Il poeta infatti, si interroga sul senso del fare ancora poesia in questo mondo in rapida trasformazione, dove ”c’è un largo spazio per l’inutile, e anzi uno dei pericoli” è ”quella mercificazione dell’inutile alla quale sono sensibili soprattutto i giovanissimi”. Certo, nota Montale, la poesia è il più inutile dei prodotti, e lui è arrivato al Nobel persino avendone scritte poche, solo sei volumi, ma la poesia non è una merce. L’arte non è una merce pure in un mondo in cui, inspiegabilmente, l’uomo ”è giunto ad avere orrore di se stesso”. ”Sotto lo sfondo così cupo dell’attuale società del benessere anche le arti tendono a confondersi, a smarrirsi”.
        Da qui, sintetizza mirabilmente Montale, ”l’arte nuova del nostro tempo che è lo spettacolo, un’esibizione non necessariamente teatrale a cui concorrono i rudimenti di ogni arte e che opera una sorta di massaggio psichico sullo spettatore o ascoltatore o lettore che sia”. Il senso del suo intervento, che è nodale ancora oggi, spiega Montale, è chiedersi: ”potrà sopravvivere la poesia alla società delle comunicazioni di massa?”. Ma chiedersi se le arti sopravviveranno, spiega ancora il poeta, ”è come chiedersi se l’uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della creazione (e se di un tale giorno, che può essere un’epoca sterminata, possa ancora parlarsi)”.
        Ecco allora la straordinaria attualità delle parole del poeta, mentre incombe su di noi il conto alla rovescia dell’orologio dell’Apocalisse che è più vicino che mai alla mezzanotte: le sue lancette sono state spostate in avanti da 89 a 85 secondi verso la catastrofe globale. Parole che si riflettono e si moltiplicano in tutti gli straordinari interventi che compongono il mosaico di questo volume che raccoglie tutti i discorsi pronunciati dai poeti che sono stati insigniti del Premio Nobel: da Montale nel 1975 appunto fino a Louise Gluck nel 2023, passando per Aleixandre, Elytis, Milosz, Seifert, Soyinka, Brodskij, Paz, Walcott, Heaney, Szymborska, Xingjian. Un universo di situazioni umane, sociali, politiche, uno spaccato che porta alle origini e al senso più profondo dell’umanità, in un momento in cui se ne parla tanto come antidoto al dilagare dell’Intelligenza Artificiale. ”Chi scrive una poesia – sintetizza Joseph Brodskij – lo fa prima di tutto perché comporre versi è un poderoso acceleratore della coscienza, del pensiero, della percezione del mondo. Una volta provata questa accelerazione, la persona già non è più in grado di rinunciare a provarla daccapo, giace in uno stato di dipendenza da questo processo, come accade ai tossicodipendenti e agli alcolisti. La persona che si trova in una simile dipendenza dalla lingua è, suppongo, colui che si chiama poeta”.
       

    — Fonte: RSS di ANSA
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