
(Di Paolo Petroni) LEONETTA CECCHI PIERACCINI ”CORSO D’ITALIA 11 – Agendine 1930-1945” (SELLERIO, pp. 1000 – 28,00 euro) – Oltre novecento pagine di diario (e poi 80 di indici e note), di notazioni, resoconti, riflessioni di Leonetta Cecchi Pieraccini, che raccontano Roma e l’Italia negli anni del fascismo (dal 1930 al 1945) da un punto di vista privilegiato e esemplare, quello del mondo degli intellettuali, scrittori, artisti e politici di allora, e che si leggono come un romanzo e, potrei dire, ci coinvolgono come un film. Non a caso sua figlia, la famosa sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico, diceva che da sua madre aveva imparato l’arte di vedere, questo anche perché era un’ottima pittrice e lei per prima aveva una sapienza di sguardo che in queste pagine si ritrova tutta.
Era molto brava a cogliere il particolare significativo a darci una descrizione perfetta di un paesaggio e spesso di una persona con poche parole, che, se un giudizio c’era, era implicito. La scrittura è infatti precisa, nitida, senza mai troppi aggettivi, viva e immediata come una fotografia, visto che le notazioni venivano fatte a caldo, quotidianamente, diremmo in presa diretta, senza lasciare spazio a sentimentalismi facili o atteggiamenti retorici. Si leggano in particolare le pagine dell’ultima parte, dal 25 aprile all’8 settembre 1943, la fine della guerra e la caduta del fascismo.
”Ora prevale l’uso di deplorare i vincitori e onorare i vinti.
Ma la gente si dimentica troppo presto di cosa son stati capaci i vinti quando erano vittoriosi”: è l’ultima notazione (27 maggio 1945), ben scelta come chiusura penso dalla amorevole, intelligente curatrice e pronipote Isabella D’Amico, che già ha dato alle stampe un volume precedente (1911-1929) e ne sta preparando un altro con i quaderni del dopoguerra e la ricostruzione.
25 aprile 1945: ”Ardente discussione sul comunismo; ne sono sostenitori Bontempelli, Paola Masino, Maselli, Sibilla (Aleramo). Alvaro crede che il comunismo in Russia sia già finito (Stalin non è più Lenin ma Pietro il Grande) e teme una nuova burocrazia dittatoria, ossia un nuovo fascismo d’importazione russa”. Ci si incontra, sempre, tutti i giorni, e si discute di arte, di attualità, di politica, non solo in casa Cecchi a Corso d’Italia, ma in tante altre e poi trattorie e caffè. La cultura vive in una società di intellettuali solidale, attenta, partecipe, anche quando si può non essere tutti d’accordo. Così queste pagine hanno una vivacità sorprendente e un’attualità che fa riflettere, accanto a notazioni più famigliari o personali, come quelle sull’amoroso e doloroso rapporto col marito, che sono un po’ il filo rosso del romanzo, con gli amici più intimi, i parenti, i figli e i nipoti piccoli, senza dimenticare se stessa, con semplicità asciutta, come per tutto il resto: ”Melanconia. Un tarlo che rode che rode. Ce la fo a dimenticarlo. Ma se un giorno non mi riesce – ed è giusto che non mi riesca – è un delirio di sconforto.
Incontro con Suso e i bambini. Belli. Silvia vestita di celeste col suo visino vispo e ridente è una delizia” (14 aprile 1945).
Sono tutte citazioni dalle ultime pagine, perché è come in esse tutti i fili venissero tirati, ma si potrebbe fare lo stesso con mille altri momenti, periodi, anni. E di notevole interesse sono anche le pagine inziali sul viaggio negli Stati Uniti col marito, il quale avrebbe poi dato la propria visione nel libro ‘America amara’. E sempre poi note, discorsi, citazioni sulla letteratura e l’arte, come in occasione della mostra di De Chirico, oramai completamente abbandonata l’ispirazione metafisica: ”Secondo Bartoli le sue pitture non bisogna giudicarle come pittura; bensì come la produzione di un decoratore che dipinge porte, pannelli, ceramiche , arazzi, paraventi : ‘Fa quello che sa fare e lo fa con felicità e abbandono come un artigiano che produce oggetti’ … sono pittori che non hanno niente a che veder co quello che intendeva per pittura Cézanne e per quello che ci sforziamo noi di produrre”.’